Verità comune

Da che ho memoria ho sempre cercato una verità comune. Una verità che scaturisca da un intimo comune sentire. La possibilità di essere intrappolato in una percezione della realtà solo soggettiva mi ha fatto sempre dubitare di me. Mi fa sentire isolato, solo, incompreso e frustrato.

La domanda “possibile che non capisci cosa provo, che non capisci il mio punto di vista, che non riesci a metterti nei miei panni?” Questo era il mio assillo.

D’altro canto sono affascinato da un punto di vista diverso dal mio, da una visione della realtà che mi è nuova. Mi intriga. Non si tratta per me di dover arrivare per forza allo stesso comune sentire ma mi piace capire e, per farlo, devo mettermi nei panni degli altri.

Questa spinta si è poi trasformata, per un periodo, in un’attività a tempo pieno, professionale, nel campo della terapia. Poi… è diventata personale, umana, empatica. Ho scoperto che c’è un territorio comune dove possiamo tutti capirci l’un l’altro e sono le emozioni. L’aspetto più, diciamo… confuso, sono però le manifestazioni, le maschere che nascondono a noi stessi e agli altri quello che proviamo, perché lo proviamo e cosa veramente vogliamo.

Capita di rinchiuderci nel nostro piccolo orticello, di arroccarci su posizioni che speriamo difendibili. Aggressività, competizione, io ho ragione e tu torto, io dico la verità mentre tu menti… conflitti. Menzogne, sotterfugi, intrallazzi, manipolazioni… queste sono aberrazioni, strategie distruttive atte allo scopo di prevalere, di procacciarsi qualcosa di interesse solo personale, fame di potere, avidità, possesso, sfruttamento. E mi trovo a chiedermi: cosa ci porta a questo? Siamo coscienti di quello che facciamo e del perché lo facciamo? Di quanta indifferenza verso gli altri ci dobbiamo dotare per non dover fare i conti con la nostra coscienza?

Ecco che, nel cercare una verità comune con l’intento di capirsi, sorge un ostacolo che è la volontà personale di essere onesti con se stessi e con gli altri. Alcune persone hanno avuto dei modelli negativi già in casa e sono arrivate a credere che fossero modelli di successo, fonti di appagamento personale. Altre persone hanno vissuto un periodo idealistico durante l’adolescenza e si sono poi convertiti ad un materialismo di comodo dove il fine giustifica i mezzi.

Se immagino me stesso in un percorso di questo tipo, a cosa devo rinunciare? Quali porte devo chiudere? Non potrei permettermi di sentire la sofferenza altrui, dovrei negare l’empatia. Non vorrei mai e poi mai che si sapesse cosa veramente penso, negando la verità. Ma, mi chiedo, chi mente non prova sotto sotto vergogna di ciò che veramente pensa? Oppure… non c’è vergogna quando c’è l’intento di ingannare. Ci si sente appagati quando si è riusciti ad ingannare il prossimo, a mandarlo fuori strada, a fargli fare quello che vogliamo. E diventiamo orgogliosi del nostro operato. Ci sentiamo furbi.

Si… ci sono tante porte che abbiamo chiuso. Qual è l’effetto della chiusura di queste porte, cosa perdiamo?

Posso anche metterla così: che cosa provo quando quello che ho dentro corrisponde a quello che manifesto, e non parlo di coerenza ma di sensazione intima, coraggiosa, solida?

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