Un mondo migliore

Ho sempre provato un senso di fatica pensando alle possibili soluzioni per un mondo migliore. Ho cercato di immaginare una scuola migliore lavorando su quella attuale e non ne sono venuto a capo. Forse la premessa principale – cosa si intende per migliore – va messa in discussione. La stessa cosa vale per l’amministrazione pubblica: sanità, infrastrutture, educazione, difesa ecc.

Lavorare sull’esistente può essere inizialmente l’unica apparente via percorribile. Ma i cambiamenti veri li vedo più radicali e, perché possano essere messi in atto, occorre un cambiamento di percezione, prima individuale e, conseguentemente, collettivo.

Arrivo alla comprensione che, prima di analizzare i dettagli, sia necessario realizzare questo cambiamento di percezione. Non si tratta di mettere in pratica una teoria. Non parlo di una qualche filosofia che faccia da riferimento, alla quale attenersi. Parlo di qualcosa che accade nell’intimo dell’anima umana.

Senz’altro occorre una forte motivazione che si matura sull’onda dei tanti fallimenti nel cercare di percorrere altre strade… più analitiche, razionali, condizionate.

Quando, per esempio, si cerca di spiegare un punto di vista, o si tenta di aiutare a risolvere una difficoltà basandosi su qualche cambiamento a livello procedurale, cioè intervenendo sul sistema e le sue regole, si raggiungono, nella migliore delle ipotesi, risultati modesti. D’altro canto ci sentiamo a volte impotenti o, contrariamente, bellicosi e ostili verso un sistema di cose che non funziona. E non parliamo solo di efficienza: in gioco ci sono anche le premesse.

Se immaginiamo che per raggiungere l’obiettivo X occorrono specifiche procedure, risorse umane, materie prime ecc. creiamo un sistema. Mettere in discussione l’obiettivo stravolge il sistema. Ma, a monte dell’obiettivo c’è una visione. Vedo, per esempio, che non sto bene e mi do l’obiettivo di star meglio. Per realizzarlo cerco di chiarire cosa c’è da fare e come farlo. Poi verifico e cambio quello che c’è da cambiare.

Ora, personalmente sono arrivato al punto di mettere in dubbio chi è che dentro di me ha la visione. Non si tratta di un dubbio che tortura. È solamente un’indagine molto approfondita di me stesso e di cosa mi muove.

Credo che abbiamo costruito le fondamenta di questa attuale società su una massa di sabbia. Gli edifici non reggono e hanno bisogno di continui puntelli e ristrutturazioni. E in questi edifici abbiamo investito così tanto che la sola idea di edificare altrove ci spaventa. Ci terrorizza la fatica, il mettere in discussione tutto, il ripartire d’accapo e, non tanto ricostruire diversamente, ma cambiare tutto: progetto, luogo e mano d’opera.

Ovviamente sto usando una metafora per un lavoro che va fatto dentro di noi. Abbiamo tutti sentito parlare di ego, di personalità, fatta di atteggiamenti, modi di pensare, credenze, condizionamenti ecc. La personalità si identifica con i ruoli: sono il lavoro che faccio, sono il sesso che porto, sono la religione in cui credo, sono lo schieramento politico e la squadra che tifo ecc. Ed è quando mi sento stretto in queste convinzioni, quando sento che queste etichette non mi descrivono, che allora mi chiedo “chi sono…?”.

A questo quesito non giungono tanto gli scettici, i razionalisti, gli intellettuali, i filosofi, ma le persone sensibili. E si tratta di persone che vedono che il problema nasce dentro, si realizza nei pensieri, nelle paure e nelle convinzioni.

La domanda che mi faccio è questa: c’è un mio altro sé che non è pensiero, che osserva tutto, che è sempre presente come osservatore? Posso rispondere sicuramente di si perché ne ho coscienza fin da bambino. Mi sono sempre sentito due persone: una che soffre e che gioisce, che pensa e si preoccupa, che si sforza, che sogna, che si deprime, che si inorgoglisce ed un’altra che osserva ed è presente, distaccata ma partecipe. Mi sono così trovato spesso a sentirmi da una parte confuso e dall’altra indifferente alla confusione. E non parlo dell’indifferenza fredda, ostile che possiamo arrivare a provare verso qualcuno o qualcosa che ci ha deluso. L’indifferenza di cui parlo ha un’altra qualità: è più un atteggiamento distaccato, imperturbabile ma attento, presente. E mi sentivo sbagliato, falso. Come posso essere insieme coinvolto e distaccato? E non si tratta di schizofrenia dissociativa.

Volendo dare un nome a queste due parti direi che quella coinvolta è la personalità, l’ego, e quella distaccata è la mia vera natura. Ma, per realizzare appieno la verità di questo è stata necessaria una esperienza spontanea di cambiamento di percezione. Mi sono quindi trovato a sentirmi distaccato ma presente, aperto, e ho potuto vedere la personalità per quello che è: il tentativo di creare un’immagine di sé. Se mi guardo allo specchio vedo un riflesso e certamente io non sono un riflesso. Sono più reale e completo di un’immagine di me. Se guardo un video dove parlo e mi muovo, quindi mi vedo e mi ascolto, sto guardando una registrazione e non sono una serie di informazioni digitali, sono molto di più, qualcosa anche di completamente diverso.

All’inizio, pur avendo questa esperienza di percezione del sé, non riuscivo a mantenerla e mi ritrovavo identificato con la mia personalità. Sporadicamente e spontaneamente ogni tanto accadeva di essere “altro”. Gradualmente sono passato da una serie di sforzi per ricongiungermi – meditazione, respirazione, preghiera ecc – al subire una trazione da parte del sé. In altre parole: prima cercavo il me stesso con difficoltà e sforzo, poi è stato il sé che mi chiamava.

Potrei fare un tentativo di spiegare cosa si prova ad essere se stessi. Intravedo però un’incomprensione di fondo che bisogna fugare: quando parlo di essere me stesso non intendo solamente dire naturale, spontaneo, vero. Tutte qualità sacrosante. Intendo qualcosa di ancora più profondo, più intimo di questo. Arriva un momento nel quale, parlando di sé, le parole non ci sono, non si applicano, come se non avessimo nel nostro vocabolario parole che possano descrivere un’esperienza che va al di là del razionale, che non è biologica, non è intellettuale.

Ed è qui che generalmente ci incazziamo. Quando non riusciamo a capire diamo la colpa a chi si spiega male. Non riusciamo a concepire una dimensione dell’essere che non si possa descrivere, che non possiamo parlarne. E questo accade di più alle persone che hanno un orgoglio tanto smisurato quando infondato nella propria ragione, nell’intelletto.

In ogni caso, basta rifarsi a quando qualcuno ci descrive un’esperienza che ha fatto e che noi non conosciamo. Il sapore di un frutto esotico, per esempio. Un panorama che non ho mai visto. Un sentimento con il quale non ho contatto. Quante volte ci è capitato di dire “non riesco a spiegartelo”?

Per comprendere un’esperienza occorre viverla e, quando si tratta di un’esperienza interiore, l’unica cosa che si può dire a proposito è ciò che può aiutare l’ascoltatore a rivolgere l’attenzione verso quella parte di sé che va ricontattata. Il contatto vero e proprio accade in solitudine con se stessi.

Viviamo anche in campi energetici che ci influenzano e che noi, a nostra volta, attivamente contribuiamo a creare. Da una parte, quindi, se siamo in presenza di una o più persone che sono in contatto con il proprio sé, ne veniamo influenzati e facilitati. Se siamo noi stessi che siamo in contatto, quando parliamo o siamo vicini a qualcuno che l’ha perso lo aiutiamo già con la sola presenza. E questo va compreso, verificato.

Siamo troppo attaccati al fatto di parlare che, in sé, non è errato, ma trascuriamo l’effetto della presenza, della vicinanza. Eppure lo conosciamo bene perché ci sono persone alle quali attribuiamo la capacità di rasserenarci come quella di sfinirci anche se non fanno e dicono niente.

C’è una metafora che descrive la differenza tra un insegnante e un maestro: l’insegnante indica la via, il maestro è la via. L’invito che rivolgo è quello di essere maestri. E lasciamo perdere le sfumature egoiche del tipo io sono e tu non sei, che si riassumono nel “io sono più avanti di te”. Il sé reale, vero, vive in un solo momento che è quello presente. Non sa nulla ma è immerso in un continuo processo di conoscenza, nell’essere un tutt’uno con l’atto di conoscere. Essere, non tanto qualcosa, ma continuamente essere. E parla, agisce partendo da questa sorgente interiore. Costantemente apprende senza però la necessità di arricchirsi. Il desiderio più intimo è appagato e tutto il resto è solo una questione di preferenze. In questa dimensione non esiste la ricerca della felicità perché è una qualità intrinseca del sé. Può quindi desiderare di mangiare le zucchine piuttosto che i pomodori, parlare invece che riposare nel silenzio e non per ricerca della felicità. Incontrare o star da soli… ed è solo un seguire un’onda.

Quando si realizza questo si comprende anche che è la cosa più necessaria. Più importante della politica, più importante della carriera. E’ la premessa dal quale partire per costruire un mondo veramente migliore sotto tutti i punti di vista. Diventa quindi importante la condivisione. Non obbligatoria, nel senso che abbiamo ampia libertà di scelta nel seguire quello che sentiamo, ma va da sé che ti puoi trovare con una gran voglia di dare una mano a chi sta già attivamente cercando. Però bisogna rispettare il percorso altrui e d’altro canto che fretta c’è? Questa è una domanda aperta. Sentirsi di fretta e rimanere in contatto con la sorgente di tutto dentro di sé è incompatibile, semplicemente non possono coabitare nello stesso momento.

Un’altra differenza quando si parla con qualcuno è quella di parlare per sentito dire e parlare per esperienza. Quando si parla per esperienza, l’esperienza è percepibile in quel momento. È quello che chiamiamo autorevolezza. Sai quando ascolti qualcuno che ti da veramente l’impressione che sa quello che dice? Ecco, quello.

Quelle persone che, realizzate nel loro sé, sentono e decidono di mettersi “in piazza” non lo fanno per essere venerate, anche se questo inevitabilmente accade. Non lo fanno neanche in cerca di successo, affermazione, riconoscimento o sete di denaro e potere. In realtà è un’opera insieme positiva e stancante. Man mano che progrediamo in questo percorso di ricerca, acquisiamo anche la capacità di percepire questi “facilitatori” nella loro essenza. Alcuni ascoltatori si abbeverano alla fonte e dopo pochi giorni vengono riaccalappiati dalla routine quotidiana e dal gioco della personalità. Altri, stanchi e disgustati da queste continue ricadute, cercano di mettere veramente in pratica gli insegnamenti ricevuti. E questi insegnamenti, presentati in lingue diverse, sotto diversi punti di vista, con retaggi culturali diversi, sono sempre gli stessi. Ma, un conto è sentir dire delle cose giuste, un altro conto è sentire dire delle cose giuste con un’energia giusta. Questo intendo quando dico che si diventa sempre più consapevoli del sé di chi parla.

Variano gli stili ma la verità è la stessa. La si riconosce quando la si conosce. E se la vogliamo conoscere portiamo un po’ di pazienza verso le errate interpretazioni che senz’altro avremo. Alcuni semi necessitano di tempo o, per dirla in un altro modo, di una serie di comprensioni che si accodano l’una all’altra e che aprono porte sempre più in profondità verso il vero, dentro di noi. Ci saranno così momenti in cui avremo dei lampi di chiarezza e faremo delle nuove scelte. Piccole illuminazioni. Ciò che di falso c’è verrà tolto strato dopo strato. È inevitabile che ad ogni strato tolto ci piacerebbe poter dire che siamo arrivati, e probabilmente lo faremo. Poi anche quello strato auto illusorio verrà tolto e impareremo a rilassarci in questo percorso.

La prima cosa che si comprende, che si vede, è che la verità è presente in ognuno di noi. In ogni cosa o animale c’è vita. Non esiste altro che la vita. Potremmo dire che siamo in un campo di energia vitale che è universale, cioè senza confini, illimitato. Noi stessi siamo parte di questo e arriviamo a sentirlo in modo inoppugnabile. Accettare la sfida di portarlo nella vita di tutti i giorni e nelle nostre relazioni è affascinante, tenendo presente che per il sé non è affatto una sfida, non rappresenta una difficoltà. Come immagine possiamo pensare di tenere la consapevolezza in una mano e la manifestazione nell’altra.

E quando veramente arriviamo al punto di realizzare di non sapere, di non essere degli eruditi o dei sapienti, allora va da se che l’arroganza lascia il posto alla presenza e non c’è spazio per fanatismi, feticismi o idolatria, non c’è bisogno di vestirsi in modo particolare, non c’è alcuna necessità di acquisire un linguaggio speciale e atteggiarsi da santi.

Non ci può interessare di meno di che sesso si è, per che partito si vota, o che religione si segue e via discorrendo. È un po’ come vedere le persone passando dal contenitore al contenuto. L’interesse va tutto verso ciò che di veramente vero portiamo dentro.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

WP Facebook Auto Publish Powered By : XYZScripts.com