Umiltà

Cosa si intende quando, di una persona, si dice “manca di umiltà”? Incapace di ascolto vero, aperto. Refrattario all’imparare qualcosa dagli altri. Persona che si pone e si crede superiore, migliore. Ma, più di tutto, forse, si tratta di una persona che si è costruita una corazza che nasconde qualche forma di insicurezza.

A volte coloro che sembrano poco o per niente umili sono anche soli, affettivamente parlando. Ma, una persona umile può essere anche insicura, fragile, vulnerabile, con una bassa autostima. D’altra parte, una persona sicura di sé può conservare l’umiltà più sana ed equilibrata.

Se inseriamo tutto questo in un contesto di crescita personale, bisogna tenere presente le due tipologie estreme, perché il discorso cambia se ci rivolgiamo all’una o all’altra. Da una parte avremo una sofferenza che si traduce in scarsa o nulla considerazione di sé, un credersi persona insignificante, di poco valore, di poco aiuto, indegna persino di amore e rispetto, immeritevole di stima e apprezzamento. Una persona che può essere triste, può incolparsi o incolpare gli altri di non amarla a sufficienza, di non rispettarla, di non ascoltarla per quello che ha da dire. Potrebbe sentirsi castrata, esclusa, emarginata. Oppure potrebbe reagire alla sofferenza interiore indossando maschere aggressive, supponenti, arroganti, falsamente narcisistiche.

Dall’altra parte ci sono persone che sembrano proprio convinte di essere migliori degli altri. Trattano tutti dall’alto in basso, se ne fregano di chi gli sta intorno e usano le persone solo per sentirsi nutrite dalla considerazione che gli rivolgono. Il massimo della loro apertura si realizza con gesti condiscendenti: elargiscono complimentini, contentini, piccole rassicurazioni paternalistiche.

Strano ma scontato che le due categorie si attraggano. L’una cerca qualcuno superiore che l’ammetta generosamente nella sua corte, l’altra cerca sudditi compiacenti e idolatranti. Si tratta di miti, in fondo. C’è chi cerca la compagnia di persone mitiche e chi alimenta il proprio mito personale.

C’è però chi di questo soffre. Chi, dopo aver tentato la strada del mendicante di amore, decide, in mancanza di meglio, di dare addosso agli arroganti, con scarsa soddisfazione personale però. C’è chi, dopo aver tentato di convincere tutti che lui è una gran persona piena di qualità, realizza di ricevere scarso nutrimento da questo, ne diventa persino allergico e si da una gran da fare a convincere gli altri, di nuovo, ad avere di lui un opinione, però questa volta più “umile”.

Tutti questi – chiamiamoli con il loro nome – conflitti non si risolvono facilmente quando in essi, per scelta, ci ritroviamo immersi. La tensione stessa del cercare una soluzione basandosi solo sui comportamenti è una madre sterile. Ma non ci sono solo i comportamenti esteriori, quelli che tutti possono vedere. Ci sono anche “comportamenti”, attitudini, interiori. Il modo stesso in cui noi ci parliamo, cerchiamo di convincerci, ci diciamo che dobbiamo cambiare, fare e dire, pensare… diversamente, in sé è di nuovo un conflitto.

Stranamente, passata l’arrabbiatura perché niente sembra funzionare, perché tutte le strategie che ci vengono in mente portano in sé un fallimento nel breve o medio termine, arriviamo per esclusione ad approcciare l’idea di arrenderci. L’arresa è una medaglia con due facce. Potremmo avere un dialogo interiore del tipo “non valgo niente e me ne faccio una ragione” che, lì per lì, ti fa sentire anche un po’ meglio. Oppure – e questo vale per l’altra tipologia, quella boriosa ma stufa – possiamo renderci conto che desideriamo avere un’amicizia vera con qualcuno, desideriamo aprirci, accogliere ed allora ci diciamo, pieni di buoni propositi “non ce la faccio più a contentarmi di me stesso. Mi arrendo. Voglio la compagnia di qualcuno che mi vuole bene. Bisogna che faccio uno sforzo di limitare la mia boria, la mia presupponenza.”. Anche questo, lì per lì, ci fa sentire bene.

Detto questo, qualcuno potrebbe obiettare: vai al sodo. Qual è alla fine la ricetta giusta?

Prima di tutto una grassa risata per questo delirio di onnipotenza o avvilimento che fin qui ci ha posseduto. Ma vediamo come si arriva a ridere di questo.

Parliamo, in sostanza, dell’altra faccia della medaglia. L’arrendersi, nella accezione positiva, non significa accettare di essere stati sconfitti. È, piuttosto, un distacco interiore dai propri conflitti personali, quel continuo cercare di imporsi cambiamenti negli atteggiamenti e nei comportamenti.

Anche l’arrendersi non può giungere come effetto di un’imposizione che facciamo a noi stessi. Arriva per stanchezza. Non ce la facciamo più a combattere queste battaglie che ormai sappiamo inutili. In sostanza ci fermiamo, ci rilassiamo in noi stessi. Lasciamo perdere anche il fatto di definirci, di metterci in una categoria, di dirsi “sono così…”.

L’alternativa al conflitto è la pace ed è questo che facciamo: la pace con noi stessi e con gli altri e con il mondo. Facciamo pace con la vita.

Arriva un momento che, guardando indietro a quanto ci siamo sbattuti inutilmente, vedendo anche quel nostro vecchio sé che se la menava così tanto quando rilassarsi era a portata di mano e così facile da fare, sorridiamo. Si tratta di un sorriso insieme compassionevole, comprensivo e divertito. So che sembra difficile poter immaginare di essere divertiti su queste cose, ma alcune volte l’abbiamo provato, specialmente riguardo forse a tematiche diverse, rivedendo la nostra adolescenza e raccontando aneddoti ironici sulle nostre errate conclusioni, sulle strategie infantili, sulle vecchie pretese di credersi furbetti.

Ridere della sofferenza altrui non va bene, siamo tutti d’accordo. Ma, immagina per un momento, di aver superato queste cose e di esser giunto alla realizzazione che siamo tutti in un processo di apprendimento che implica delle sfide da superare. Immagina anche di essere ad un punto in cui ti viene chiaro che siamo tutti destinati, prima o poi, a capire e affrancarci da schemi che scopri essere non nostri, non veri…

La fiducia che tutto alla fine va bene diventa una condizione permanente.

Se quindi sai, guardando le meccaniche intorno a te, che ciò di cui si soffre verrà superato, probabilmente avrai solo che parole di incoraggiamento verso chi ci sta dentro ma, dentro di te, pensando a quale scherzo diabolico siano queste sfide, ti verrà da ridere.

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