Solitudine

Ad un certo punto si arriva a sentire la necessità di potersi aprire con qualcuno ed essere, per quanto possibile, se stessi. Generalmente ci è più facile farlo con persone nuove, che non conosciamo e che non ci conoscono. Loro non sanno niente del nostro passato e non possono giudicarci per quello. Sono costrette ad avere a che fare con noi per come ci presentiamo sul momento. E’ come se avessimo la possibilità di rigiocarci le carte ex novo.

Oppure troviamo che sia più facile farlo con i vecchi amici, relazioni consolidate, aperte e includenti, confortevoli, comprensive e consolanti.

Abbiamo bisogno di parlare di noi, di come ci sentiamo, di cosa desideriamo, dei nostri dubbi, ma abbiamo anche bisogno di essere ascoltati. Vogliamo un ascolto attento che riguardi i nostri argomenti e il nostro sentire. Vogliamo poi che ciò che ci viene detto sia ponderato, sensibile verso i nostri bisogni. Vogliamo un po’ di amicizia e di scambio sincero, senza cadere nei luoghi comuni, nei facili giudizi. Vogliamo uno scambio intelligente, basato sull’empatia e sulla condivisione della propria esperienza di vita.

C’è bisogno di ironia e sdrammatizzazione come di solidarietà e condivisione, per non sentirci più soli, persi in una sensazione che qualcosa di meglio nelle relazioni potrebbe esserci se solo lasciassimo andare le nostre paure. Se solamente gli altri non fossero così distanti e chiusi in se stessi. Se solo noi ci aprissimo per quello che siamo, per ciò che sentiamo senza timore del giudizio, senza la paura di essere fraintesi o compiaciuti.

La solitudine – quell’intima sensazione di separazione – porta con sé una grande tristezza, una sensazione di spreco che priva la vita di valore e di calore. Spesso le persone che vorremmo incontrare, con le quali vorremmo parlare e fare delle cose insieme con una nuova qualità, con pienezza e rispetto, con amicizia, sono diversamente impegnate o anch’esse chiuse verso un rapporto più vero, che non vuol dire però più vincolante o geloso.

Se pensiamo alla solitudine come a una malattia, potremmo annoverare tra i farmaci anche i palliativi. Le cene, le uscite, le vacanze, gli incontri, il sesso possono attenuare i sintomi. Ma se dentro permane la vecchia sensazione di insoddisfazione e di frustrazione, allora c’è bisogno di altro.

Molti cercano di bastare a se stessi, accettano lo stato delle cose, cercano di andare in profondità, non tanto verso le radici della tristezza, ma verso la fonte interiore di appagamento e felicità. Quando si contatta questa fonte il bisogno degli altri si trasforma nel piacere di stare in compagnia. Si incomincia a voler bene a chi ci sta intorno, anche a coloro che evitiamo per via di quelle attitudini che gli impediscono di relazionarsi onestamente con gli altri.

Allo stesso tempo si vede ciò che non va e come invece potrebbe andare. Si arriva ad accettare di dare il proprio contributo senza pretendere di avere qualcosa in cambio. Man mano che questo si consolida arrivano dei risultati positivi inattesi forse nella forma di un saluto spontaneo o di un sorriso che ci fanno.

La gentilezza d’animo, la mancanza di spirito aggressivo o competitivo, unita ad una certa forza interiore fanno di noi delle belle persone, delle persone che stanno bene con se stesse e con gli altri. Gradualmente verremo contattati per uno sfogo e uno scambio sempre più spesso. Si percepirà anche ciò che non viene detto, quello che possiamo chiamare presenza. Questa è una sensazione che abbiamo sia di noi stessi che degli altri e che non riguarda solo ciò che viene detto e come ci muoviamo. E’ un riverbero, un mescolarsi di sottili percezioni. Possiamo chiamarlo empatia o addirittura telepatia ma va oltre, è più profondo e meno incline a rientrare in una qualche categoria.

Non è un potere verso gli altri quello che si acquisisce, ma una aperta condivisione dell’essere, senza maschere che riescano a nascondere o ingannare. In effetti viviamo gran parte della nostra vita nell’illusione di poter nascondere i nostri pensieri e le nostre emozioni. Quante volte ci siamo detti, a proposito di qualcuno, “non devo fargli capire le mie intenzioni”. Se non vogliamo che qualcuno comprenda che intenzioni abbiamo, la cosa migliore da fare è quella di non averne, sperando che questo invece venga compreso appieno.

Se vogliamo avere delle relazioni autentiche, dobbiamo per forza abbandonare anche il più sottile intento di ingannare, di tradire una fiducia, di manipolare gli altri per un nostro scopo utilitaristico.

Si dice che la sincerità sia a volte la strada più breve verso la solitudine ma questo è un fraintendimento comprensibile. In effetti l’onestà d’animo attira solo chi la condivide, vuoi come quotidianità già acquisita, vuoi come ideale da realizzare. Avremo meno frequentazioni ma di maggiore qualità.

Va compreso anche che la sincerità e l’onestà intellettuale non si debbano accompagnare all’ingenuità e a dolcissime fantasie inebrianti. La realtà va assaporata e accettata per quello che è, anche se non è quello che si sperava. I nostri conseguimenti e obiettivi interiori vengono messi alla prova attraverso sfide nel quotidiano, nella vita di relazione di tutti i giorni. Abbiamo bisogno di un misto di gentilezza e di forza.

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