solitudine

Non sempre (come diceva San Francesco: beata solitude sola beatitude) la solitudine è ben accolta se non addirittura desiderata. Si tratta di una medaglia con due facce: da una parte desiderarla per ritrovarsi e per spegnere il “rumore sociale”; dall’altra temerla per via sia dei pensieri deprimenti che sorgono, sia per difficoltà fisiche nel muoversi e lavorare che non ci consentono più di essere autonomi.

In gran parte dipende da che tipo di persona siamo. Se siamo individui sociali che, attraverso il contatto con gli altri, trovano calore, amicizia e scambio potremmo temere una solitudine forzata e patirne gli effetti. Andremmo mendicando uno scambio di parole, un buongiorno o buonasera, sempre cercando qualcosa che riempia quel vuoto solitario nel quale ci sentiamo soffocare.

E’ una sensazione molto triste quella che si prova quando non siamo contenti di quello che siamo e non accettiamo questa sfida. Potremmo sì far buon viso a cattivo gioco ma, per veramente trasformare lo stato interiore da triste a sereno, occorre una disposizione d’animo se non una vera e propria disciplina a far si che la situazione diventi feconda piuttosto che distruttiva.

D’altro canto, per timore della solitudine, spesso manteniamo relazioni conflittuali sia in casa che altrove, pur di allontanare lo spauracchio di sentirsi ed essere fisicamente soli.

Ma ci sono condizioni nelle quali abbiamo effettivamente bisogno di aiuto, se non di compagnia. Intendo quelle situazioni nella quali siamo fisicamente dipendenti dall’aiuto degli altri: un infermità, per esempio. C’è chi pensandosi in uno stato di evidente bisogno degli altri ribolle, l’orgoglio lo inacidisce. C’è chi invece diventa esigente e c’è chi invece rimane sereno e riconoscente.

Purtroppo c’è anche chi si trova ad affrontare da solo, seppure con la massima serenità di cui è capace, una condizione di solitudine difficile dal punto di vista oggettivo e materiale e non ha nessuno a cui rivolgersi.

Se si riesce a mantenersi sereni, tuttavia, già si compie un gran passo e si da un contributo positivo affinché sia possibile vivere la cosa senza causarsi altri danni. Mi riferisco ai sensi di colpa, alle accuse, al lamentarsi e al sentirsi tristi se non addirittura pieni di sconforto e rabbia.

A questo si aggiungono le preoccupazioni economiche di chi non riesce più a guadagnarsi di che pagare affitto, bollette, cibo ecc. Credo, comunque, che tutto ciò che ci capita, quello che la vita ci pone da affrontare, vada anche vissuto con un senso di scopo superiore, che potrebbe essere vissuto come una sfida da superare e una ulteriore maturità da acquisire.

Abbiamo su una mano ciò che accade e sull’altra quello che pensiamo e proviamo a proposito. Spesso non abbiamo potere sugli avvenimenti che sono già in essere, ma abbiamo un grande potere sui nostri pensieri e sulle conseguenti emozioni. A questo proposito ci sono sicuramente delle qualità interiori che ci sono d’aiuto e si tratta di grandi parole tipo: fiducia, accettazione, accoglienza e positività sia vissuta interiormente che emanata. Queste qualità possono anche fruttare dei cambiamenti oggettivi nelle nostre condizioni di vita ma, se non altro, ci faranno vivere meglio.

Purtroppo c’è anche chi non riesce ad evitare l’angoscia di una solitudine che non è solo fisica ma è anche umana, esistenziale. Si tratta di un senso di separazione dagli altri che si trasforma nel tempo in un costante stato di disillusione e sottile angoscia. La disperazione che ne deriva può portare a gesti estremi.

Abbiamo un cosiddetto istinto di sopravvivenza che, in condizioni di pericolo, fa di tutto per farci superare la situazione ma, se pensiamo per un momento a chi si toglie la vita, capiamo che questo sistema di sopravvivenza non si oppone, anzi vede il suicidio come una forma di alleviazione del dolore. Una sorta di ripartenza da capo. Alcuni possono aborrire una soluzione di questo tipo, ma rimane il fatto che è un’opzione alla quale a volte pensiamo.

Ma… se dovessimo in conseguenza di una tale scelta, rivivere tutto d’accapo, ancora una volta? Una buona parte di noi può arrivare a scegliere di affrontare ora, piuttosto che rifare tutto d’accapo. Certamente questa è solo una teoria, come è anche una teoria che togliendosi la vita il dolore svanisca. In realtà non lo sappiamo ma, nel dubbio, forse è preferibile restare finché possibile in questo mondo e coglierne gli insegnamenti.

Oltre al dolore emotivo ci può essere anche quello fisico verso il quale l’unico rimedio, nei casi estremi, è la morfina. Vivere perennemente mezzi addormentati, se non del tutto, per lo più inconsci di chi e cosa ci sta intorno non è una gran vita da vivere ma è comunque quello che ci tocca.

Siamo immersi quasi continuamente in condizioni che richiedono una nostra scelta, questo osservo. Quando realizziamo che gli equilibri esterni che siamo riusciti a creare hanno un’intrinseca fragilità e che tutto può essere stravolto in un attimo… è lì che ci rendiamo conto, se possiamo, se vogliamo e se ne abbiamo gli strumenti, che l’unica possibilità che abbiamo è quella di creare un solido equilibrio, questa volta interiore.

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