Opinioni diverse

Conosco un tipo, tra tanti, che è incazzato verso tutto quello che puzza di esoterico. La sua roccaforte è il raziocinio. Le risposte le trova nella filosofia. Ciò che capisce con la mente è vero, tutto il resto sono fregnacce.

Ho usato apposta un certo tipo di linguaggio nel capoverso precedente per illustrare come questa persona comunica. Come si sente e cosa emana. Fino ad un certo punto posso capire, poi subentra un disgusto…. leggero ma determinante, e lascio perdere una comunicazione che porta a scontri improduttivi. Eppure, in lui, percepisco un anelito di verità. Sento anche che alcune sue fondamenta logiche del pensiero incominciano a vacillare. Oltre alla sensazione di questo, osservo anche che questa persona si arrabbia sempre di più. Stranamente credo che questo sia un sintomo positivo.

Non è facile argomentare quando due persone partono da presupposti diversi. Sopratutto non è facile quando nel dialogo non c’è l’intenzione di capirsi vicendevolmente ma si parte dal difendere una posizione aggredendo quella dell’altro. Eppure questo non sorprende, nel senso che accade spesso. A me non piace. Non mi piace lo scontro improduttivo. E non è facile trovare un comune denominatore dal quale partire e poi arrivare al punto nel quale le opinioni si distanziano, le esperienze differiscono.

Per me la verità è esperienza. Per altri la verità è ciò che si capisce con la mente. Se parlo di emozioni parlo di esperienze emotive. L’altro, se parla di emozioni, parla di teorie psicologiche. L’incontro non è facile. Chi chiude il proprio campo percettivo e lo riduce alla sola comprensione intellettuale di tutte le sfumature della vita, si arrocca anche su posizioni che non vuol mettere in discussione. Difende l’orto di casa. Due manifestazioni di questa opera di difesa sono l’arroganza e il cinismo. Per certi versi ci sono passato e, in qualche misura, posso comprendere e percepire come l’altra persona approccia la propria sfera interiore e come si relaziona con il mondo circostante.

I ragionamenti complessi, articolati, basati sulla logica, pieni di parole e concetti che si richiamano tra di loro rinforzandosi a vicenda, mi fanno tornare in mente l’immagine di un avvocato che fa la sua arringa finale in un processo. Una volta questo modo di pensare e agire era il mio cavallo di battaglia. Ricordo bene che, nel confronto con persone più sensibili di me ma meno competitive, ottenevo una vittoria apparente che consisteva nell’ammutolire “l’avversario”. Dentro di me, però, risuonava un campanellino dubbioso. Più questa storia, questa mia attitudine, andava avanti più mi sentivo insoddisfatto e dubitavo di quello che pensavo. Da qualche parte avevo l’impressione che, forse, i miei interlocutori avevano contatto con qualcosa che a me mancava. Qualcosa che desideravo. Non riuscivo più a ridere delle loro semplicistiche argomentazioni. Anzi: quella semplicità mi attraeva.

Ora desidero conversazioni senza tanti scontri inutili. Desidero, non solo dire la mia, ma ascoltare e verificare quanto di vero in me c’è di ciò che tu mi dici. Per fare questa operazione di introspezione occorre, però, che io lasci perdere quello che penso di sapere e cerchi di cogliere il senso di ciò che tu vuoi dire, il riverbero dentro di me. Occorre che, nel momento dell’ascolto, io rimanga interiormente silenzioso, recettivo e verifichi se ciò che dici per me è intimamente vero. La parola chiave è “intimamente”, non intellettualmente, non culturalmente.

Quando l’attenzione verso la ricerca della verità su chi siamo si rivolge a questa sfera intima – che è anche irrazionale per molti versi – ci si rende conto che si va a toccare qualcosa che è presente in tutti. Una delle convinzioni intime, che nel tempo si sono rinforzate attraverso l’esperienza – il cercare di percepire gli altri nella loro intimità – mi ha rivelato che per farlo non occorre cultura. Non serve un intelletto acuto, la logica non aiuta. Quindi ho ricevuto aiuto da persone umili, non colte, non mentali ma di cuore. Spesso mi hanno insegnato una forza che va al di là dell’eloquio. Mi hanno anche insegnato che ci sono atti formali e atti di cuore. Che quest’ultimi hanno un valore più concreto di tanti bei ragionamenti. La mia arroganza e presunzione intellettuale sono state sconfitte da atti e pensieri semplici.

Potrei qui parlare di apertura e chiusura. Sono stato chiuso nei confronti dell’emotività, anche se provavo forti emozioni e non potevo certo negarlo a me stesso. I miei pregiudizi culturali e intellettuali mi hanno fatto giudicare negativamente chi su quei binari non viaggiava. Quindi non sopportavo gli alternativi, i figli dei fiori, e avevo una caterva di giudizi distruttivi su tutto e tutti.

Quando ho cominciato ad aprirmi ho riconosciuto di aver sempre desiderato una certa sintonia. Alcune esperienze positive mi avevano fatto capire, anche intellettualmente, che mi piaceva molto trovarmi bene con qualcuno sia nel parlare che nel fare qualcosa insieme. Intendo insieme, non con una dominanza da parte dell’uno o dell’altro. Questa sintonia era molto gratificante, mi faceva stare bene, veramente bene con me stesso e con gli altri.

Le cose cambiano gradualmente la maggior parte delle volte. Ricadevo spesso nelle mie modalità competitive, nei mie pregiudizi, nella mia arroganza ma, in tutto questo, ero man mano più debole, meno convinto. Incominciavo a sentire il peso, l’inutilità, il danno di queste attitudini. Ho scoperto che le avevo create per difendermi. Avevo messo su una personalità che si difendeva attraverso l’attacco. Alla base c’erano delle sofferenze, sicuramente. E questo è ciò che vedo quando incontro persone che sono come io credevo di essere.

Per quanti stimoli, esempi e consigli riceviamo il cambiamento, comunque, accade per una propria determinata volontà. Il fatto che ci sentiamo determinati in quei momenti a cambiare percorso, non sempre significa che siamo anche chiari su ciò che vogliamo. Il nostro vero sé emerge pian piano, o attraverso un’esperienza forte, sorprendente, chiara. Il mio percorso è costellato di entrambe e non mi sembra affatto concluso.

Tante piccole e grandi chiusure si stanno aprendo come sotto una spinta che potremmo paragonare all’azione dell’acqua sulla roccia. Lì per lì non sembra che l’acqua sia poi così forte. Quella lenta e calma poi non da l’impressione di poter cambiare la morfologia di una spiaggia.

Il fatto di rinunciare alla competizione in favore di uno scambio che arricchisca tutte le parti, non preclude che, tuttavia, si possano subire degli attacchi. Queste eventualità differiscono per intensità e qualità. Ci sono attacchi che evaporano di fronte ad una presenza nostra forte e inoffensiva allo stesso tempo.

Alla base di tutto, la causa di tutto, sempre più mi si conferma in una mancanza di consapevolezza, di centratura. Questa comprensione mi porta a perseguire la consapevolezza come soluzione a tutti i problemi risolvibili. D’altro canto, ci sono situazioni che non puoi cambiare esternamente ma che puoi accettare ed affrontare dentro di te in un modo nuovo, conscio.

Ad ognuno di noi può essere improvvisamente diagnosticato un tumore molto aggressivo o terminale. Questo forse è qualcosa che non possiamo cambiare ma che possiamo vivere in modi diversi. Non ho un’opinione in proposito. Non cerco neanche di farmene una. So solo che se accadrà l’affronterò e cercherò di farlo nel modo che mi sembrerà più giusto, tenendo conto di come mi sentirò al momento. Non si tratta di rifiutare di prepararsi psicologicamente ad un evento negativo. Sono solo consapevole che tutto ciò che io ora posso immaginare potrebbe non accadere o essere molto diverso. Quindi cercare di prepararsi potrebbe essere un esercizio inutile e mi caricherebbe di sensazioni negative che non mi servono.

Mi rendo conto che il futuro è un libro che non posso leggere. Il passato è qualcosa che fa parte del vissuto personale e che la mia risposta in questo momento presente sia ciò che veramente conta. Alle volte rimango sorpreso di come parlo e agisco. Alle volte mi sento ripetitivo, abitudinario nelle mie risposte al momento presente. L’eco di ciò che faccio o dico può quindi essere piacevole o disarmonico, dipende. Sia il positivo che il negativo ci spingono sulla giusta strada.

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