Lo zaino

Sono cresciuto in un ambiente familiare che negava qualsiasi tipo di debolezza. La manifestazione fisica dell’affetto verso un’altra persona era debolezza. Il subire un ricatto era debolezza. Il fuggire, evitare il confronto era da deboli. Esprimere la fragilità era un chiaro segno di inadeguatezza. L’ammettere di non capire veniva aggredito. La paura di qualcosa non era ammessa. Quando da piccoli ci facevamo male venivamo curati con la tintura di iodio e guai a chi piangeva.

Sono cresciuto con tante negazioni e con il bisogno di dimostrare qualità non vere, non acquisite, per non rischiare il giudizio negativo.

Poi… sono cresciuto, veramente. Il mio percorso non è stato facile perché ho dovuto lottare contro dei condizionamenti molto radicati. Non è stato breve, veloce. Ho attraversato deserti, incontrato demoni, subito cadute inarrestabili, commesso errori gravissimi, causato sofferenze inutili.

Mi sono frantumato in tanti piccoli pezzi, ognuno colorato da una sofferenza indicibile. Mi sono sentito terribilmente solo, disperato. Non capivo… non riuscivo a venirne fuori. Ho chiesto aiuto ma nel modo sbagliato. Ho mendicato amore ottenendo invece repulsione. Mi facevo schifo, volevo farla finita. Avevo la sensazione che non ci fosse alcun limite al peggio. Mi aggrappavo a tutto quello che forse poteva frenare la mia caduta con il solo risultato di ferirmi di più.

Qualcosa è cambiato quando ho deciso di chiedere…. al Tutto, a Dio, all’Esistenza… a quello che vuoi. Ho chiesto una cosa specifica: fammi incontrare una persona normale, che sa, che capisce e che mi possa aiutare. Non desideravo un Maestro seduto su un trono, un essere irraggiungibile. Volevo una persona normale, con la quale parlare, camminare. Forse qualcuno di cui non avessi paura, con il quale ridere insieme e confidarsi, aprirsi. Un rapporto vero.

Portavo dentro un dolore che non riuscivo più a sopportare. Non sapevo chi ero.

Togliere quello che mi era stato fatto è stato come staccarmi la pelle di dosso.

Alla fine di questo ‘scuoiamento’ mi sono trovato a dover ripartire tutto d’accapo. Da solo. Ho perso tutto quello che avevo, i beni, la famiglia, la casa. Alcuni giorni non avevo abbastanza soldi neanche per mangiare.

Mi sono imposto una disciplina: ‘non fare casino’. A volte l’ho tradita. Questo mondo e le persone che ci vivevano non mi sembravano un luogo in cui valesse la pena vivere. Finché non ho capito che non c’era nessun altro luogo in cui sarei potuto andare, che la morte non mi avrebbe salvato da nulla. Allora mi sono guardato intorno, disilluso com’ero, e mi son detto ‘dipende da me ora dare un senso a tutto questo’.

Questo singolo momento di lucidità e di scelta ha cambiato il corso delle cose, il mio partecipare alla vita. Sono forte di esperienze emotive intense, ho esperienza di certe aberrazioni mentali e non costituiscono più un freno, un dolore ricorrente. Una singola scelta ha cambiato il sapore di molte cose.

Da quel singolo momento di consapevolezza e di scelta tutto ha preso una via molto più solare e ottimista.

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Spesso desideriamo e alimentiamo la voglia di trovare uno stato di felicità costante, un appagamento definitivo. Associamo, però, la felicità alle cose, alle persone, al denaro e al potere. Oppure pensiamo che se solo venissimo veramente amati tutto verrebbe curato, guarito.

Ora… siamo stati dotati di occhi per vedere, orecchie per sentire, cuore per amare e mente per capire. Questo “kit” serve per vivere da protagonisti. Se vogliamo un amico dobbiamo essere amichevoli. Se vogliamo amore dobbiamo provare amore. Se vogliamo ricevere dobbiamo incominciare a dare, così, senza chiedere niente in cambio. Ed è nel dare che proviamo ciò che credevamo fosse possibile solo nel ricevere. Se vogliamo ascolto, facciamo pratica ascoltando. Se vogliamo esprimerci liberamente, consentiamo agli altri di fare altrettanto. Da un punto di vista teorico queste suggerimenti già li conosciamo ma ci manca spesso un po’ di pratica, o solo il ricordarsi di farlo.

Quello che è mancato non è il potere di fare queste cose ma l’educazione a farlo. Per educazione intendo i modelli. Vedere i nostri genitori, o le altre figure di riferimento, comportarsi in modo sano, intelligente, sensibile, forte, ci porta ad essere in quel modo. Questi modelli non li abbiamo forse avuti…non sempre, non completamente e allora… ?.

La domanda che ci possiamo porre quando non riusciamo a vedere in noi questa capacità è “come faccio?”. Qui bisogna entrare nel dettaglio e chiedersi “come faccio a fare cosa?”. Se ci si pone degli obiettivi complessi le soluzioni che ci vengono in mente difficilmente saranno semplici. Questo potrebbe frenarci, ostacolarci. Potremmo sentirci incapaci o impreparati verso un compito che vediamo di difficile realizzazione. Per questi motivi è importante porsi delle domande semplici che ci consentano di metterci in movimento verso il raggiungimento di ciò che vogliamo.

Credo che il nostro percorso si dipani attraverso tutta una serie di lezioni dove la prima consiste nell’apprezzare la semplicità, e non è affatto vero che tutto ciò che è semplice è anche banale. Quello che proviamo dipende molto dalla nostra sensibilità, dalla nostra apertura. Però siamo sempre in cerca del sensazionale, del pirotecnico, del miracolo e niente di tutto questo accade nella forma che immaginiamo.

Spesso partiamo avendo in mente degli obiettivi e, lungo il percorso, ci ritroviamo ad aggiustare la mira, per così dire. Magari otteniamo qualcosa di più e di diverso dallo scopo di partenza.

C’è un presupposto fondamentale che è sempre valido per chi cerca la verità: scoprire di non sapere ed esserne felici. E quando non sappiamo ecco che ci apriamo al conoscere. Che sapore da la scoperta, l’esplorazione di un nuovo territorio, la comprensione di una cosa nuova? Che sapore ha imparare?

Ad un certo punto arriva il momento di lasciar perdere tutto quello che pensavamo di sapere sul mondo, sulla gente, su tutto e… verificare, conoscere di nuovo. La smania di controllare e di apparire lascia il posto alla curiosità. Questo accade perché vediamo tanta gente ipnotizzata intorno a noi e arriviamo a chiederci “lo sono anch’io?” L’unico modo per risponderci onestamente è quello di verificare se stiamo guardando con occhi vecchi, chiusi. Se diamo per scontato, se ci ripetiamo sempre le stesse storie trite e ritrite.

La stessa cosa ci accade riguardo al giudicare. Prima di tutto certe azioni interiori corrispondono a sensazioni interiori. Il giudicare da una sensazione di chiusura, come se gli occhi si stringessero, come se la mente diventasse pungente come uno spillo. Non una bella sensazione. Eppoi c’è il guardarsi dentro e indietro per scoprire che, a qualche livello, in qualche modo, noi stessi ci siamo giudicati per le stesse cose.

Intorno al giudizio c’è anche una considerazione da fare: a cosa serve? Questa è una domanda aperta e non retorica. A cosa serve? Possiamo dire che quando giudichiamo definiamo, etichettiamo…bene, e a cosa serve? Forse capiamo meglio se mettiamo ciò che giudichiamo dentro ad una definizione già nota, conosciuta. Niente di nuovo, dunque? Se giudichiamo, no.

Il giudizio, così, sarà una parola vecchia che applichiamo ad una situazione nuova ma che reputiamo vecchia.

Anche se ciò che accade è vecchio e noto, quello che ci da una sensazione positiva è il rapportarci in modo fresco, attento, presente. Questo è quello che pconta, questo sta nelle nostre possibilità farlo e mi sembra una buona idea.

Così proviamo a metterla in pratica: fermare i pensieri (di cui il giudicare è parte) e ascoltare, vedere, percepire senza speculare, rimandando a dopo il definire. E la cosa bella è che poi ci troviamo a dire cose più sensate, più attinenti, mirate. E anche risposte più corte, più dritto al sodo.

E non è poi così importante che le parole vengano subito recepite e comprese, è come piantare un seme ma se questo crescerà o no dipende dal terreno. Questo lo realizziamo per noi stessi: ci vengono chiare ora delle cose che magari ci sono state dette direttamente e indirettamente anche trent’anni fa. I semi prima o poi germogliano.

Non si può piantare un seme nella stagione sbagliata. Se questo non nascerà non dipende dal seme o dal terreno ma dal momento che si è scelto per la semina. Con questo voglio dire che se restiamo presenti, attenti e sensibili quando ci rapportiamo con qualcuno, diremo delle cose giuste per quel momento, per quella persona in quello stato d’animo.

Tutto questo non lo possiamo imparare in un libro, lo dobbiamo mettere in pratica.

Se ci guardiamo indietro, se ricordiamo tutte le cose di cui ci siamo rimproverati… in tutte troviamo una tristezza di fondo, una rabbia che non abbiamo compreso, delle delusioni verso aspettative e promesse che non si sono realizzate. E sembra tutto così confuso da aver solo voglia di fuggire. Ma fuggire non si può, non è semplicemente possibile, come non è possibile dimenticare. Reprimere, spingere ancora più a fondo nell’inconscio, quello – sì – è possibile ma poi si rivela un peso insopportabile e la strada diventa sempre più ripida e non ce la facciamo ad andare avanti. E’ come quando hai uno zaino e sali su per una montagna e ti senti stanco, allora ti fermi un attimo a guardare verso valle la strada che hai percorso e hai una gran voglia di posare lo zaino e sederti un momento ad assaporare il panorama. Ed è bello fermarsi e sentirsi le spalle libere. Sarebbe ancora più bello viaggiare leggeri ed è questo che prima o poi ci troviamo a scegliere: lasciare lo zaino e salire senza pesi.

Così diventa importante anche prendersi cura del proprio passato.

Riconsiderare i fatti e le emozioni alla luce della chiarezza di visione di oggi, alla luce di una maggiore capacità di comprensione, forti di una migliore qualità nel rispondere, nel capire e comunicare. Questa si chiama ricapitolazione.

Arriva un momento nel nostro percorso in cui la ricapitolazione è giunta ad un punto che accade da se, senza sforzo. Ogni volta che comprendiamo un lato oscuro, confuso del nostro passato alleggeriamo lo zaino.

Alla fine arriviamo in cima. La montagna si chiama “tempo presente”, il nostro essere partecipi del momento ed essere se stessi, con le nostre emozioni, con il nostro sentire, con tutta la nostra umanità. Siamo in cima, non c’è altro da raggiungere eppure non siamo fermi: ci sono altre montagne, valli, laghi…persone che possiamo incontrare. Alcune ci faranno compagnia per un pezzo di percorso, altre viaggiano in senso inverso e quando le incontri le saluti e gli dici “buon cammino”.

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