Lo sforzo di riuscire graditi

Lo sforzo di piacere agli altri è una grande fatica.

Potremmo dirci: “ma smetti di farlo, lascia perdere!”. Verissimo, sacrosanto… sarebbe la strada più diretta. Se però non riusciamo a farlo, occorre che consideriamo tutte le implicazioni e sfaccettature del voler riuscire gradito agli altri, di essere apprezzato, amato, desiderato, cercato.

Forse in tutto questo abbiamo molto da imparare, specie se il bisogno di approvazione vuole essere riconosciuto, ed è come se dicesse: “lo vuoi ammettere o no che soffri di questo?”. In altre parole: “Per favore, amami! Ti prego, amami!” È un grido di disperazione, come se dal fondo di un pozzo scuro urlassimo: salvami!

Lo senti in te stesso, lo vedi negli occhi degli altri, anche in quelli che rifiutano questo bisogno. Lo leggi in chi scrive, nella loro rabbia verso il mondo. Più osserviamo queste espressioni, più ci convinciamo che c’è bisogno d’amore a questo mondo.

Voglio raccontare la mia storia personale che, in sé, non è affatto speciale o particolare.

Sin da piccolo ho ricevuto un imprinting specifico: non essere debole! Questo cozzava con una mia fragilità emotiva, con una sensibilità molto forte (posso ora dire). Quindi in me si è creata tutta una serie di conflitti tra l’essere (che necessitava di maturare) e l’apparire che invece era motivato dalla ricerca di approvazione, sia in famiglia che fuori.

Intimamente mi sentivo debole, piccolo, ma esternamente dovevo apparire granitico, feroce se necessario e dare l’impressione di essere un potenziale assassino se provocato.

Ho così coltivato delle qualità specifiche: violenza verbale, mentale e potenzialmente anche fisica. Da una parte questo era motivato dal bisogno di sapersi difendere. Ma, da un’altra parte, c’era la volontà di controllare attraverso la paura i comportamenti degli altri. In me era latente un senso di minaccia sia nei miei confronti, sia verso il mondo. Ma dentro… dentro mi sentivo spaventato, costantemente minacciato.

Quando uno prende una certa strada, una deriva per così dire, non vuol dire che non sia capace di raffinare le strategie. Finché il mio intento è stato quello di proteggermi e di controllare, i fallimenti si sono accumulati. La consapevolezza di essere fragile, che inizialmente negavo, poi è diventata sempre più evidente. Ma la tendenza, la direzione verso la ricerca della soluzione non era ancora cambiata. Da qui la necessità di affinare il modus operandi, le tattiche.

A quindici anni ho iniziato a praticare karate. Era da un po’ che volevo imparare un’arte marziale. La durezza del Karate sembrava darmi ciò che volevo. Mi corrispondeva, mi esaltava. Ero fanatico già di mio e quindi ho trovato un’espressione fisica che si adeguava alla mia tendenza. Mi piaceva combattere, illudermi di essere forte, cattivo, pericoloso, ma dentro… dentro quella paura di sempre continuava a bisbigliarmi che tutto quello che facevo non serviva. Mi stavo illudendo.

Ho avuto un’intensa carriera agonistica, molto sofferta perché gareggiare mi dava ansia. Però ero violento anche nei confronti di me stesso, quindi mi imponevo di continuare.

Ad un certo punto sono entrato in un panico totale.

Una separazione dolorosa, un ritorno ai luoghi dai quali ero partito, dove tutto era iniziato, un rimettere insieme i cocci della mia esistenza. A quel punto la paura non la negavo più, la vivevo appieno.

Provavo un’insicurezza bestiale, avevo paura di tutto. Il mio “mantra”, ciò che ripetevo a me stesso, era: non fare casino! È stata dura. Ma sono stato aiutato, per molti versi. È dipeso da me, però, riconoscere ed accettare questi aiuti. Ho fatto un incontro con un mio altro sé – per così dire – una persona più giovane che si trovava nel punto e nella situazione dal quale io ero partito.

Ci siamo incontrati attraverso le arti marziali. Il ‘caso’ vuole che lui praticasse karate esattamente nella stessa palestra e con lo stesso istruttore che avevo avuto io. Aveva anche lui vinto un titolo importante, anche lui si sentiva a disagio.

Abbiamo praticato a lungo, intensamente. Abbiamo molto parlato delle nostre più intime paure, della nostra vigliaccheria. Abbiamo scoperchiato la pentola. Ci sono voluti sedici anni per arrivare al solo pensare di essere oltre il peggio, che il peggio fosse passato. Abbiamo realizzato anche che un ‘guerriero’ se non è anche un curatore non è completo. Ci siamo presi cura non solo delle nostre emozioni ferite, ma anche di pubalgie, infiammazioni, dolori vari, disfunzioni, malesseri fisici.

In altre parole: ci siamo fatti dei trattamenti e molto abbiamo appreso da questo. Erano cose che io avevo studiato e che ho trasmesso senza enfasi sulla tecnica ma molta attenzione all’ascolto. Abbiamo scoperto – ci siamo arrivati insieme ma indipendentemente l’uno dall’altro – di aver perso l’interesse verso le arti marziali, verso il combattimento. All’inizio abbiamo spostato la focalizzazione dal combattimento fisico a quello mentale. È evidente che la gente più spesso si combatte a parole, mentalmente, piuttosto che fare a botte. Quindi abbiamo portato l’arte marziale dentro a queste dinamiche.

Poi ci siamo stancati di combattere, anche se a volte è necessario. Ci siamo disgustati. Ci è nato dentro un gran desiderio di pace.

Il senso di inadeguatezza, la paura di vivere come vogliamo, le sofferenze e i vittimismi in generale sono stati sostituiti da una domanda. Come?

Ora sappiamo, conosciamo aspetti con i quali bisogna confrontarsi. Ci vediamo come degli apprendisti ognuno originale in se stesso, diversi talenti ma con una visione comune, la stessa capacità di sentire che ci propone sempre la stessa ripetitiva soluzione:

stai centrato…

…e crediamo nella pratica. La pratica è tutto. È il punto di arrivo e di partenza.

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