la maturità vien vivendo

Si fa presto a dire pirla! E come se non bastasse ci sentiamo pure immuni a questo senso di inadeguatezza che ci sfianca. Vorremmo essere indipendenti oppure felicemente connessi e legati a qualcuno, ma in verità quello che vogliamo è non soffrire, non subire. La felicità viene poi, dopo la fine delle sofferenze. Spesso si accompagna a quello che potremmo chiamare senso di realizzazione, non solo interiore ma anche nel mondo manifesto. Ci siamo immersi in tante storie che sembravano non avere, a posteriori, un fine, un più elevato scopo se non quello, apparentemente, di passare il tempo impegnati in qualche giochetto emozionale.

Il gusto intimo e sincero di una vita pienamente vissuta comprende anche questo nostro calarci in ritmi frenetici, ansiosamente in cerca di stimoli fisici, sensoriali, ma non solo: anche emotivi. E allora proviamo di tutto e qui parlo per quelli di noi che della vita e delle emozioni non hanno paura. Ci sono poi i pavidi, quelli che si concentrano nel mantenere e difendere uno status quo spesso intrinsecamente abbastanza insipido, ma rassicurante. Sono quelli che respingono il nuovo, il senso di avventura, il diverso, l’imprevedibile: gli hobbit, insomma.

Ogni tanto si incontra un Gandalf che ti sconvolge la vita e solo dopo qualche tempo e una sopraggiunta maturità arriviamo forse a concepire che è stato un bene. Ma cosa succede, poi, di cui abbiamo così tanto timore? Che cosa immaginiamo quando pensiamo a cambiamenti più o meno improvvisi e sconvolgenti? Inutile dire che di qualcosa abbiamo sicuramente paura, ma questa paura ci fa immaginare eventi e sensazioni che sono qualche volta sopravalutati, altre volte del tutto inconcepibili.

Tanto per dirne una, immaginiamo la fine di una relazione intensa, vissuta, non necessariamente felice. con tutti i suoi problemi e il desiderio di evadere, di liberarsi dei nostri bagagli e delle illusioni ma anche delle delusioni. Queste relazioni hanno comunque una vita propria. Ti lasci e per un momento sei contento poi qualcosa ti manca: sono le abitudini, la presenza e persino le sofferenze. Tutto il tuo sistema biopsichico si era adattato ad un insieme di fattori che vengono improvvisamente meno. Il riequilibrio stesso necessita di tempo. E’ un po’ come quando ti arriva un messaggio e ci metti un tot prima di capirlo. Se poi richiede una qualche azione ci vuole un altro tot di tempo prima che la manifesti. In altre parole abbiamo due alternative che spesso non contano nulla alla resa dei conti, perché comunque tutto segue un corso che poi capiamo essere, tra virgolette, predeterminato. Le due alternative sono quella di resistere e soffrire o quella abbastanza divertente, a volte, di viversela come viene.

Ci sono davvero dei momenti che tutto accade seguendo un filo, non direi logico, ma a suo modo consequenziale e noi restiamo lì a sbatterci o a subire senza che tutto quello che facciamo sembri avere un reale peso sulla catena degli eventi. Quando tutto poi passa e le acque si calmano, quando un nuovo equilibrio sembra entrare a far parte della nostra vita e ridisegna le nostre aspettative e attitudini, ecco che capiamo da cosa siamo usciti e, in qualche misura, in cosa ci siamo stabilizzati. Se di stabilità si può parlare.

Quando pensiamo alla parola equilibrio è comune riferirsi a sensazioni tipo tranquillità, o sentirsi stabili e in qualche modo fermi. Per fortuna o purtroppo, ma più propriamente perché così è, il nostro processo di maturazione richiede la perdita e la riaquisizione dell’equilibrio, un po’ come il fenomeno del camminare. Se ci chiediamo lo scopo di questo, ritorniamo a considerare quelle meccaniche superiori che servono uno scopo anch’esso superiore e che ognuno arriva a comprendere ed accettare come una costante della vita quando lascia un po’ perdere i bisogni del momento e rivolge lo sguardo un po’ più in là.

Immagino una persona anziana che guarda al suo passato e si chiede che scopo ha avuto la sua vita o, più propriamente, che vita ha avuto. Piuttosto che singole immagini potremmo avere una visione di insieme caleidoscopica, dove la caratteristica è costituita dal movimento e, solo in rari casi, da assoluto immobilismo. Nell’arco del nostro vivere abbiamo affrontato più o meno efficacemente, o consapevolmente, problemi singoli e contingenti ma quando arrivi a quello che pensi essere la fine rifletti sull’insieme delle scelte e degli accadimenti cercando un senso, spesso solo assaporando il sapore e, si sa, può essere a volte buono a volte amaro. Cosa lasciamo, viene poi da chiedersi, se abbiamo persone alle quali un lascito comunque lo elargiamo. Potrebbe trattarsi di un’impronta, per così dire, un imprinting, una filosofia di vita. Lasciamo dei ricordi fatti anche delle storie che abbiamo narrato. Lasciamo episodi di vita condivisa e, se riflettiamo su questo, ecco che ricapitoliamo quello che abbiamo vissuto e come l’abbiamo fatto.

Se fosse tutto qui, per quanto oneroso e intenso possa essere, per quanto triste o appagante il nostro ricordare sia, che cosa ne facciamo del tempo che è e che viene? Se siamo ancora vivi (e lo siamo!) qualcosa auspicabilmente avremo ben imparato e di nuovo, favorevolmente o ostilmente, dovremo confrontarci con il cambiamento e con il potere della scelta personale: come mi muovo ora? Partendo da quale consapevolezza interiore, o maturità?

E’ abbastanza strano, ma non incomprensibile, che a questo si giunga in tarda età, generalmente. Ognuno di noi, nel proprio immaginario, formula dei proponimenti per un’altra eventuale possibile vita: farò questo, non farò quello, ecc.

Alcuni, non così rari come si potrebbe pensare, vivono nel presente portando il frutto dell’esperienza e del senso di scopo interiore nel quotidiano. Se hanno appreso l’importanza dell’amore, amano. Se hanno imparato che in certe situazioni occorre cautela, si muovono prudentemente. Se hanno capito che occorre rischiare a volte per ottenere qualcosa, osano. L’età non conta

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