Fai un po’ quello che ti pare

Ci sono persone che hanno maledetto questa vita, questo difficile percorso pieno di contraddizioni, di cose che non si riesce a spiegare, di difficoltà che non riusciamo a superare.

Abbiamo provato la sensazione che ci sia qualcosa di tremendamente sbagliato nella società. Quello che ci verrebbe naturale fare viene condannato e represso, in primo luogo essere se stessi. Fino al punto che non sappiamo più cosa questo voglia dire. Ed è triste rendersi conto che un’altra vita, una vita più naturale e più spontanea sarebbe possibile se solo la collettività lo volesse.

Rimane, quindi, solo la scelta individuale di rischiare qualcosa per ritornare al contatto con se stessi. Questo contatto ci porta e ci mette di fronte al confrontarsi con le persone e con gli eventi e le situazioni che intorno a noi si presentano.

Come? Questa è una delle domande alle quali cerchiamo di rispondere, spesso riscontrando una grande difficoltà. La risposta che si dimostra più valida e che si conferma di volta in volta, è quella di partire da un solido contatto con se stessi, con il proprio sentire.

Ed anche per fare questo dobbiamo trovare il ‘come’. Ci muoviamo in un territorio sottile cosparso di innumerevoli trappole causate dai processi di pensiero e dai condizionamenti ricevuti.

Risulta difficile descrivere un mondo interiore, un sentire intimo che non si assoggetta all’uso delle parole. Se abbiamo un’esperienza di questo ci possiamo facilmente capire ma, se ci sembra astruso e incomprensibile allora la strada si fa difficile.

Bisogna, quindi, quando il desiderio interiore ci spinge in questa direzione, trovare la risposta dentro di noi. La parola chiave è ‘dentro’. Cosa si intende per ‘dentro’?

Per rispondere a questa domanda è necessario prima di tutto comprendere che la risposta è un’esperienza e non parole e ragionamenti. Questo è il punto saliente.

Se osserviamo cosa accade in noi possiamo facilmente dire che abbiamo pensieri, stati d’animo, emozioni e sensazioni fisiche. Questo è facile riconoscerlo. C’è anche un altro ‘elemento’ che spesso trascuriamo: chi è che dentro di noi fa l’esperienza di pensieri, stati d’animo, emozioni e sensazioni fisiche? Chi è che conosce tutte queste cose?

Possiamo dire che c’è un osservatore interiore, giusto? Una parte di noi sa e fa esperienza di tutto.

All’inizio ci rendiamo conto del corpo e delle sensazioni che ci dà. Sentiamo l’ambiente in cui siamo, temperatura, odori, suoni, sapori, immagini. Ci arrivano tutte attraverso i nostri sensi, attraverso il corpo.

Poi abbiamo i pensieri. Sappiamo cosa stiamo pensando. Accadono come flussi di parole, spesso nella forma di dialogo virtuale con noi stessi e con gli altri. Ne siamo consapevoli, a volte addirittura sopraffatti. Spesso arriviamo a desiderare che ci sia un po’ di silenzio, di pace.

Altre forme di attività mentale sono le immaginazioni, i sogni ad occhi aperti, come quando stiamo facendo qualcosa e, nello stesso tempo, la nostra mente divaga. Mentre si guida e all’improvviso ci si accorge di non ricordare la strada percorsa. Una qualche forma di pilota automatico ha guidato fin lì senza che noi fossimo veramente presenti perché eravamo persi nel fantasticare. Sappiamo che è accaduto ma, in qualche modo, è stato così automatico, così abitudinario che non ci siamo resi conto che stavamo sognando.

Anche di queste attività ci rendiamo conto. Sopratutto dopo che sono accadute. E questo è difficile da arginare. Stranamente, se restiamo attenti a quello che stiamo per pensare, ci accorgiamo che il pensare stesso non accade. Se rivolgiamo la nostra attenzione verso le attività della mente proprio con l’intento ‘fammi un po’ vedere quello che fai’ l’attività cessa. Questo è molto interessante ma, subito dopo, l’attività riprende, proprio nel momento in cui noi incominciamo a pensare a quello di cui ci siamo resi conto.

Questo è il sintomo di una forte identificazione nel pensare di essere quello che dentro di noi formula i pensieri.

In realtà avere un rapporto con tutto questo è meno difficile di quello che può sembrare. E’ inusuale, questo si. In fondo siamo anche affezionati a tutta quell’attività mentale, ci sembra come che se ci fermiamo ad osservarla ci annoiamo, non abbiamo niente da fare.

Nel momento in cui ci fermiamo ad osservare le sensazioni fisiche e gli stimoli dell’ambiente prendiamo coscienza del mondo fisico e delle sensazioni che ne ricaviamo. E’ un’esperienza ricca che si sostituisce all’attività mentale abitudinaria. E’ alternativa ma non esclude i processi della mente come qualcosa di sbagliato: è solo che presta attenzione e sceglie di dirigere l’attenzione verso ciò che è piuttosto che verso ciò che si pensa a proposito. Di questo abbiamo esperienza. La differenza consiste nel riprendere il controllo, il potere di scegliere che tipo di attività vogliamo: pensare, percepire, fare, partecipare, osservare…

Quando abbiamo la sensazione di essere solamente schiavi di una di queste attività risuona un campanello di allarme che ci riporta al nostro potere personale di scelta.

Un’altra cosa che ci accade sono le emozioni.

Lasciamo perdere quello che pensiamo delle emozioni e contattiamo invece lo stato d’animo che queste ci procurano. Richiamiamo alla coscienza la sensazione di affetto, per esempio. Quella sensazione che precede i pensieri su di essa o sulla persona o le persone verso cui proviamo affetto. A monte dell’attività mentale c’è un’emozione senza parole e pensieri. Ricordiamoci l’esperienza di questo.

Le emozioni compaiono velocemente e, altrettanto velocemente vengono interpretate. La parte inusuale, per alcuni di noi, è quella di rimanere in contatto percettivo con la pura emozione così com’è.

La tristezza, l’entusiasmo, la compassione, la rabbia, il dolore per citarne alcune. Questi stati emotivi sono qualcosa di diverso dalla solita attività mentale.

Mentre i pensieri hanno una connotazione fredda, molte di queste emozioni sono vive, calde. E’ vero anche che alcune si cristallizzano in qualcosa di cronico, tipo l’indifferenza, la tristezza e l’ostilità e danno anch’esse una sensazione fredda. A questo proposito potremmo aprire un intero capitolo su come reprimiamo questi stati oppure come rimaniamo aggrappati ad una singola emozione trasformandola in una sorta di malattia interiore.

Intorno a noi vediamo persone intristite, pessimiste, arrabbiate con il mondo. In alternativa osserviamo anche persone che si auto illudono, che creano una versione edulcorata del mondo che le circonda. Preferiscono vivere in un sogno felice, piuttosto che prendere coscienza e confrontarsi con quello che veramente succede.

Una certa positività fa parte del nucleo centrale del nostro essere, ciò non toglie che ci siano persone che soffrono e che potremmo forse aiutare. Chiudersi in se stessi, in un proprio mondo fatato è un passaggio del quale possiamo aver fatto esperienza ma nel quale è meglio non rimanere intrappolati. Ricalca un meccanismo di separazione dagli altri, di individualizzazione esacerbata che tende ad escludere il negativo e che si fonda sulla negazione, sullo spingere via ciò che non ci piace.

Non c’è nulla di sbagliato nell’allontanare ciò che va allontanato ma, quando la motivazione è dettata dalla paura e dal rifiuto a priori, dal giudizio culturale e dall’insicurezza personale allora forse sarebbe meglio osservare queste meccaniche interiori e trovare la giusta comprensione.

Questo voler comprendere è anch’esso motivato da una sensazione interiore di voler conoscere veramente cosa accade, del non sentirsi a posto con vecchie convinzioni obsolete e con modi di reagire dei quali ci sentiamo stanchi.

A volte proviamo una gran voglia di lasciar perdere tutto. Diciamo ‘ma fai un po’ quello che ti pare!’

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