Essere genitore, essere se stessi

Spesso mi sono detto (e ho detto a chi mi capitava a tiro) che quando si parla del rapporto tra genitori e figli, specialmente quando questo è conflittuale e manca l’ascolto da parte dei figli, è che i genitori devono meritare la stima da parte dei figli.

Mi rifacevo al rapporto, così come lo ricordo, che avevo con i miei genitori. Mi ricordo bene come mi sentivo nei loro confronti. Per molti versi mi sembravano infantili o non mi davano l’aiuto di cui avevo bisogno o non erano valide guide. Non li stimavo.

La stima, quindi, è una parola che in sostanza per me vuol dire apprezzamento. Poi, da genitore, spesso mi sono ritrovato a considerare il timore di ripetere con i miei figli quello che io avevo vissuto. Ho cercato così di meritare il loro apprezzamento, per quanto possibile, rispetto al mio essere padre. Nel fare questo ho sviluppato delle qualità che rendessero possibile un dialogo e una partecipazione positiva alla loro vita.

È stato importante, in questo processo, la memoria che avevo di come mi sentivo io da bambino, poi da adolescente e infine da adulto nei confronti delle persone che mi erano di riferimento in famiglia. I miei figli sono a volte critici, oppure contenti di come mi muovo e di come sono. Questo è valso a farmi sentire a posto con me stesso e con loro. La mia auto stima si è fatta positiva.

Ma le cose non si sono per questo fermate. Avevo messo in moto un procedimento che mi portava a rendermi consapevole anche di altro.

Ci sono momenti nei quali siamo contenti di ciò che siamo, di come affrontiamo la vita, di cose buone e belle che abbiamo fatto o detto. Siamo grati anche verso quello che abbiamo ottenuto in termini di benessere interiore. Ci stimiamo. Ci stimiamo per come siamo riusciti a venire fuori da certe situazioni confuse e dolorose. Ci stimiamo per l’onestà e la sincerità della nostra ricerca, anche se molte volte l’abbiamo disattesa, persino rifiutata o vilipesa.

Ma viene un momento che tutto questo sembra perdere di senso, ed è un buon momento. Non mi riferisco ai periodi di disappunto e frustrazione personali. Ad un certo punto è inevitabile contattare la nostra natura reale, quella interiore. Sembra, in quei momenti, che tutto il nostro sbatterci, anche quello che riguarda l’auto stima, sia stata solo una mareggiata periferica al nostro essere. Sai quando alle volte si dice ‘…ma ritorna in te!’, oppure ‘sono fuori di me’. Tutto il dolore per una bassa auto stima e tutto il piacere per una forte auto stima accadono fuori da noi.

L’essere in noi, invece, si sperimenta quando ci sentiamo naturali, reali e a posto con noi stessi e con il mondo. Quando si sperimenta questa condizione non si pensa all’auto stima, per quanto bella questa parola sia. È strano dirlo ma non hai nulla che ti possa servire da riferimento per dire ‘mi stimo’. Non ti senti speciale in nulla, non pensi di possedere chissà quali conoscenze, non ti senti capace di opere grandiose, non hai particolari abilità o talenti di cui sei molto soddisfatto. Tuttavia puoi essere contento di una cosa che ti riesce bene, qualsiasi essa sia.

La contentezza può venire anche dall’aver partecipato ad un lavoro di insieme. Il più delle volte è una forma di felicità per quello che vedi accadere e per il fatto di avervi partecipato.

Sempre più mi convinco che tutti hanno esperienza di questo e che non c’è nulla che vada insegnato.

La cosa verso la quale facciamo più fatica e che non siamo stati educati a capire è la differenza tra ciò che è naturale e cosa è artificiale. Quindi non abbiamo appreso a sufficienza come riconoscere quando siamo in noi o fuori di noi.

Immagino un momento in cui provo una calma interiore, un silenzio, un vuoto, come quando mi fermo a guardare qualcosa e in me non c’è giudizio, non ci sono pensieri.

Lo posso sperimentare quando ascolto chi parla.

La spiritualità è anche intrattenimento, spesso intensamente divertente. Ci sono dei momenti che ti scopri a ridere come non hai mai riso prima e, in aggiunta, scopri cose nuove, esilaranti, sopratutto per quello che riguarda i giochi della mente.

Ma qualcuno potrebbe obiettare che non si sente degno, non si sente utile, non si sente meritevole, che vorrebbe solo sparire o essere amato e coccolato e rincuorato e incoraggiato e confortato e accompagnato e guidato e… e… e…

e acclamato e applaudito e osannato e venerato…

alla fine non ti viene un moto di rigetto verso tutto questo e ti dici ‘voglio solo essere me stesso!’?

E stare in pace.

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