Depressione spirituale e paranoia mistica

Ci sono situazioni che potremmo chiamare ‘depressione spirituale’ o anche ‘paranoia mistica’.

La depressione è una brutta bestia e si accompagna ad una forte paranoia. Chi ne ha fatto esperienza ha toccato con mano quanto certe situazioni possano essere pesanti e colorare tutti gli aspetti della nostra vita di relazione.

Si tratta di pensieri ossessivi che tendono a minare la sicurezza in noi stessi. Ci fanno sentire deboli. Tutto quello che sappiamo e che abbiamo imparato sembra non funzionare più. Non sappiamo chi siamo. Non abbiamo più riferimenti ai quali aggrapparci per sentirci stabili e in qualche misura sereni.

Dubitiamo di noi stessi, della via che abbiamo intrapreso, delle scelte che facciamo. La nostra vita si colora di una tristezza infinita. Perdiamo di vista gli scopi, anche quelli spirituali. Dubitiamo di chi sembra felice e appagato. Pensieri e manie di suicidio ci vengono spesso a trovare. Chi ha fatto esperienza di questo sa quanto debilitante sia. In queste situazioni lasciarsi andare non va bene. Se lo fai ti ritrovi ancora più profondamente depresso.

È qui che si inserisce la possibilità di usare la forza morale e anche spirituale di dire di no a certi pensieri.

O, per lo meno, questi devono rimanere in superficie e non intaccare la nostra essenza. Si tratta di veri e propri vermi, se così ce li vogliamo raffigurare, tipo quelli informatici. È molto sottile e difficile da definire di cosa possiamo essere sicuri, di che cosa dentro di noi costituisce il nucleo inattaccabile. E in effetti inattaccabile non è, bisogna renderlo. Basta immaginarci in una situazione di delirio intorno a noi. Tutti che sclerano, che diventano pazzi, dicono cose fuori di senno, si fanno prendere dal panico ecc. è facile dire che bisogna rimanere centrati, è semplice come affermazione ma va ‘confezionata’ per poterla spiegare, per consentire di farne esperienza.

Nella migliore delle ipotesi, questi deliri si presentano come confusione. Una confusione che può essere anche spirituale. Non siamo più sicuri di niente.

Per mio conto, questo tipo di esperienza mi ha portato a cercare una fonte interiore di cui io possa esser certo. Mi son detto: qualsiasi esperienza faccio, anche molto confusa e deliriogena, io sono pur sempre lì che sperimento, so cosa sta succedendo. Al limite posso dire con sicurezza ‘sono confuso’, ‘non so più cosa so’, questo lo posso dire, è vero, è reale in qualche misura.

La tematica di fondo, ciò che rende difficile uscire da certe situazioni, è il feroce dubbio di sbagliare. Dubbio che si fonda sulle tante convinzioni che abbiamo dovuto rivedere, sulle certezze che si sono rivelate effimere, sui risultati conseguiti che sono svaniti nel tempo ecc.

Ma pur analizzando in tutte le sfaccettature la molteplicità di problemi che potremmo avere, la risposta rimane sempre una e la stessa: trovare e mantenere la centratura. Questa centratura non la si può descrivere a parole. È molto di più di una sensazione e, sopratutto, una volta contattata si rivela stabile, non passeggera. È sempre disponibile, non è soggetta a cambiamento, non è influenzata dalle emozioni e dai pensieri.

Cercare questa benedetta centratura è diventato lo scopo, la risposta e la soluzione a tutto. Quindi ho cercato di appurare cosa in me è refrattario al cambiamento, qualcosa che sia immutevole e affidabile. Qualcosa anche che non dipende dal corpo.

La cosa importante che invece si può fare in un contesto più ampio, sociale, è prima di tutto contattare il disagio (leggi depressione e paranoia) che ci portiamo dentro. È molto importante che sia chiaro che sappiamo di cosa parliamo, che chi ne soffre abbia la netta percezione che ci siamo già passati anche noi. Quando si sentono non solo capiti ma anche empatizzati, si aprono all’ascolto dei consigli. Questi consigli devono essere di natura pratica e ben va compreso che cosa può essere accettato o no.

Prima di tutto va verificato se c’è una reale e forte volontà di cambiare le cose.

Qualsiasi cambiamento è fortemente ostacolato dalla convinzione che viene fuori con parole tipo ‘io sono fatto così e questo non può cambiare’. Questa affermazione cristallizza l’identificazione con il problema. ‘Sono una persona ansiosa’, per esempio, ci dice che c’è una forte identificazione con l’ansia. Tutte le energie di questa persona sono devote a scansare ciò che la fa sentire in ansia, delegando all’esterno tutta la responsabilità dei propri stati interiori. Per esperienza personale ho capito che con queste persone non c’è molto che posso fare. Bisogna aspettare che qualcosa si sviluppi. Sopratutto che emerga il desiderio di farla finita con l’ansia, anche se questo implica un lavoro su di sé, sul perché si è così inclini a ricaderci.

Quando la responsabilità dall’esterno passa all’interno allora qualcosa si può fare.

La persona depressa ha un’immagine negativa di sé, del mondo che la circonda e di ciò che l’aspetta nel futuro. Si può accompagnare al cinismo, al pensare che non valga la pena vivere, che la gente sia solo fonte di delusione ecc.

C’è una differenza sostanziale tra ciò che in effetti accade in termini di fatti, parole e azioni, e ciò che noi pensiamo a proposito.

Quando la fonte maggiore di malessere è causata dai nostri pensieri, possiamo fare qualcosa. Una di queste, è interromperli. Si può immaginare una cosa di questo tipo: il pensiero molesto viene dalla mente e noi lo stoppiamo. La mente è dentro di noi, ma rimane comunque un fattore esterno. Questo è l’obiettivo da raggiungere.

Percepire i nostri stessi pensieri come esterni a noi, ma non esterni al corpo.

Cosa rimane quando l’attività mentale si ferma? Ci siamo noi e c’è ciò che accade fuori.

Per arrivare a questo ci sono dei sacrosanti ‘no’ da dire. No a certi pensieri. No ai dubbi, no alla paranoia, no al lavorio mentale, no ai sogni di fuga. Affrontare è la parola chiave. Rimanere calmi e osservare senza perdere un colpo. No alla paura. No alle preoccupazioni. Ma senza per questo accoppiare ai nostri no una sensazione di rigidità. Anzi occorre sostituire la rigidità con la sensazione di stabilità, di centratura, di forza interiore.

I no di cui parliamo non sono negazioni, non intendiamo negare l’esistenza di una certa esperienza interiore o certi pensieri.

È solo che non consentiamo loro di prendere possesso di noi.

Se volessi sforzarmi di rendere meglio l’idea, potrei dire che dobbiamo esercitare una forte volontà verso l’essere presenti, verso il voler affrontare. Un faccia a faccia, per così dire. Io sono io e l’attività mentale è quello che è: che si faccia pur avanti.

Allo stesso tempo il mio potere, l’esercizio di scegliere di esserci, deve essere tale da lasciarmi libero di volgere lo sguardo dove voglio.

La condizione essenziale per poter fare queste mosse è quella di contattare ciò che in noi non è soggetto al mutare dei venti, al cambiamento. Ciò che cambia è sempre l’esterno. Quindi, se ci siamo affidati ad uno stato di benessere che poi si è mutato in qualcos’altro, non dobbiamo rammaricarci, o sentirci di aver perso qualcosa. L’unica cosa che possiamo perdere è la consapevolezza per via del nostro identificarci nei sogni. Questo non vuol dire che non possiamo più godere di allegria, di compassione e via discorrendo. È solo che non ci aggrappiamo a niente.

La parola chiave qui è consapevolezza. Non è uno stato tra tanti, non lo si può assimilare alla felicità o alla tristezza. Quando si è consapevoli lo si è di tutto ciò che accade, dei pensieri, delle sensazioni, delle emozioni ecc.

Essere consapevoli vuol dire osservare e conoscere. Non è un’azione, non si tratta di pensare a qualcosa, non è uno stato definito. Vedo… faccio esperienza di… C’è una qualità, però, che è il distacco. Si unisce con l’attenzione.

La centratura è questo: distacco, attenzione, consapevolezza.

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