Dal circolo vizioso a quello virtuoso

Capita a noi, e capita a chi ci sta intorno, di trovarci in situazioni nelle quali ci sentiamo bloccati. Si tratta spesso di cose che si ripetono e alle quali non abbiamo trovato una soluzione valida. A volte la situazione è completamente nuova e ci sentiamo impreparati e colti di sorpresa.

Possono essere avvenimenti drammatici e molto intensi dal punto di vista emotivo: una perdita improvvisa, una malattia incurabile nostra o di chi amiamo, la perdita della fonte di sostentamento, una separazione, un rifiuto, un abbandono, un fallimento… ed ognuno potrebbe aggiungere qualcosa o entrare nello specifico basandosi sulla propria esperienza di vita.

Più spesso si tratta di sofferenze intime che riguardano il rapporto con se stessi, con gli altri e con il mondo. Può essere che abbiamo a che fare con un senso di inadeguatezza, di non sentirci all’altezza di quello che gli altri o noi stessi ci aspettiamo. Potremmo anche avere la sensazione che quasi tutto (se non tutto) sia completamente sbagliato. E anche qui possiamo portare il nostro vissuto personale e aggiungere esempi e situazioni.

Esiste un circuito che possiamo definire vizioso. Lo riconosciamo quando è presente una certa morbosità nella nostra visione di ciò che sta accadendo. La morbosità consiste nel ripetere sempre gli stessi pensieri e ragionamenti (ma anche emozioni) che non portano a niente, anzi rinforzano il disagio. Anche se questo può sembrare – e lo è in una certa misura – negativo e ci spinge sempre più verso il basso, è anche vero che ad un certo punto potrebbe diventare così insostenibile, così disgustoso da promuovere in noi la volontà di cambiare le cose.

Una certa rabbia interiore verso i propri pensieri si può trasformare in una determinazione a cambiare la situazione. Un esempio lo possiamo trovare in una relazione malata nella quale ci siamo sentiti intrappolati. Alla fine potremmo decidere di dare un taglio netto nel giusto e nello sbagliato non importa, quello che importa è uscirne. E qui penso che molti si ritrovino, ne abbiano esperienza. Queste risoluzioni a volte sono serene e liberatorie, altre volte si colorano di sensi di colpa, di incertezze, di ricadute.

Se avessimo a che fare solo, o principalmente, con noi stessi la situazione sarebbe meno complessa, ma spesso bisogna tenere in conto le pressioni esterne, i modelli educativi, le credenze religiose, la famiglia, il giudizio sociale e le minacce che immaginiamo si attuino se noi prendiamo una scelta non condivisa.

Se entriamo nel merito delle emozioni coinvolte e dei pensieri e ragionamenti che facciamo in queste situazioni, possiamo vedere che c’è un ciclo vizioso, caratterizzato da una parte dal voler cambiare le cose e, dall’altra, da tutta una serie di preoccupazioni che ci bloccano nell’azione. Questo ciclo vizioso può diventare morboso.

Quando abbiamo una prospettiva caratterizzata dal vedere la fonte del problema all’esterno di noi, possiamo sia trovarci nel giusto, sia essere fuori strada. È senz’altro oggettivo e vero che ci sono accadimenti e comportamenti distruttivi, manipolativi, violenti che osserviamo nel mondo circostante e che esercitano una forza su di noi, a volte ci corrompono e spesso ne diventiamo artefici. Altre volte siamo l’obiettivo di queste azioni che si riversano su di noi. Non sono situazioni facili, basti pensare alla violenza sui minori, alla criminalità, alla guerra, la discriminazione razziale, religiosa, sessista, alla violenza mentale, la coercizione ecc. C’è poi una violenza più sottile che è la manipolazione dell’educazione e dell’informazione, il plagio.

Il modo di come parliamo di quello che viviamo è sintomatico. Spesso ci sfoghiamo con qualcuno a proposito di ciò che non va. Denunciamo comportamenti scorretti, enunciamo i fatti che supportano il nostro giudizio su di essi e, quando questo diventa ciclico, ripetitivo, ossessivo allora abbiamo raggiunto un certo grado di morbosità.

Il quadro cambia quando la motivazione verso il cambiamento diventa una forza così portante da annullare i freni. A questo punto abbiamo veramente bisogno di inserirci in un ciclo virtuoso.

Come mi sento?

Alla radice del nostro sentire ci sono le emozioni. La componente emotiva è spesso reattiva, reagiamo emotivamente alla situazione, al comportamento, alla persona. Quando osserviamo le emozioni reattive ci rendiamo conto che la prospettiva è ancora focalizzata sull’azione, sulla reazione. C’è dolore, rabbia, risentimento, ostilità oppure ci ritroviamo a mendicare amore, ascolto, comprensione, accoglienza. Cerchiamo spesso una qualche forma di riconoscimento e apprezzamento oppure vogliamo delle scuse, delle ammissioni di colpevolezza. In certe occasioni saremmo disposti – e lo facciamo attivamente – a perdere qualsiasi dignità, rispetto di sé e autostima in cambio di una piccola apertura.

Ma la regina delle emozioni reattive è l’indifferenza come massima espressione di disprezzo. La negazione di qualsiasi partecipazione emotiva viene vista come la punizione per eccellenza. Tra di noi c’è sicuramente chi è in grado di poter affermare di aver vissuto sia la parte del carnefice che quella della vittima in questo senso. Ma il punto focale qui non è un giudizio sull’indifferenza in sé ma sul suo uso.

L’indifferenza ha anche un’accezione positiva. Un esempio è quello di rimanere abbastanza sereni di fronte a qualcosa che altrimenti turberebbe. La parola indifferenza ha però forti connotati negativi culturalmente parlando, viene spesso usata per incolpare qualcuno di insensibilità, di assenza di partecipazione, di freddezza ecc. ed è così radicata che diventa difficile per molti vedere la parola anche sotto un aspetto positivo. Se ci immaginiamo però in una situazione deliriogena, che cioè è caratterizzata e produce una confusione e mistificazione molto pronunciata, con emozioni e comportamenti insani, ci ritroviamo per un attimo di fronte ad un bivio: o precipitiamo nel delirio e partecipiamo trascinati da quell’onda, oppure rimaniamo indifferenti al richiamo di quell’energia e restiamo centrati che, a volte, vuol dire anche allontanarsi e chiamarsi fuori. In questo caso una certa indifferenza sembra salutare. Questo non vuol dire che manchi la sensibilità anzi spesso tirarsi fuori è la cosa più produttiva che possiamo fare.

Per non farsi prendere da deliri morbosi bisogna rimanere indifferenti al loro richiamo.

A monte delle emozioni reattive ci sono altri stati emotivi che sono primari. Sono quegli stati che precedono la reazione. Parlando di circolo virtuoso, la prima domanda (se scegliamo questo approccio) è: come mi sento? O cosa sento.

L’abitudine è quella di reagire ma, se mi fermo a sentire quello che provo a monte del reagire, trovo delle emozioni che potremmo definire più pure, più chiare e anche più semplici, basilari. Questa potremmo definirla come ricerca della verità su noi stessi. Si parte dall’inizio, da ciò che proviamo. Non sempre però si tratta di emozioni. Possiamo percepire in noi, dentro di noi, una sensazione rispetto ad una persona, ad un suo comportamento o rispetto ad una situazione, ad un fatto. Una sensazione anche rispetto a come stiamo noi. Queste sensazioni sono fisiche, le sentiamo attraverso il corpo, non sono mentali, non sono pensieri.

Non tutto ciò che comprendiamo viene dalla mente. Ci sono comprensioni alle quali si arriva attraverso la percezione e non attraverso il ragionamento. Gli atteggiamenti che poi si assumono possono essere sia responsivi che reattivi e per questo dobbiamo ritornare ad un circolo virtuoso.

Questo ci porta alla seconda domanda.

Che cosa voglio?

A volte è un vero e proprio … scoglio. Di nuovo bloccati e intristiti. Ma la domanda rimane valida: che cosa voglio? E qui si può rispondere non a parole ma con una sensazione. Ciò che forse vogliamo è sentirci in un modo diverso. Da una parte ci sentivamo male, forse tristi e depressi, poi ne siamo usciti ed è un po’ come avere la testa sott’acqua e poi tirarla fuori, oppure avere gli occhi chiusi e poi aprirli. Si tratta non tanto forse di una trasformazione ma di un’alternativa. In altre parole non è qualcosa che è cambiato progressivamente, è un salto da uno stato all’altro, metaforicamente parlando da uno stato ristretto e cupo ad uno allargato e chiaro.

Partendo da come ci sentivamo abbiamo formulato la visione di ciò che volevamo e questo si è trasformato in un’azione, tutto senza quasi soluzione di continuità. Non occorre, alla fine, che si veda tutto questo come un processo, un iter fatto di fasi, come una tecnica. È piuttosto un “movimento” si potrebbe dire, che richiede una frazione di secondo, ma non sempre le condizioni rendono tutto questo facile e scorrevole. A volte ci vuole una vera e propria disciplina interiore per riportarsi a se stessi.

Siamo abituati a pensare che trovare una soluzione sia imprescindibile dall’agire, dal fare qualcosa a proposito e questo è vero in alcuni casi ma, quando si parla di tematiche “interiori”, cose che hanno a che fare con il rapporto con la mente ed i suoi processi, bisogna tenere in considerazione anche un’altra opzione che è quella dell’attesa. La pazienza non è solo la virtù dei forti ma anche quella dei saggi. Per saggi non dobbiamo per forza immaginarci dei vegliardi evoluti o dei personaggi misteriosamente illuminati.

Ciò che apprendiamo accade solitamente sotto l’effetto di molte esperienze, di tentativi e fallimenti, ma anche dell’illusione di aver raggiunto vette rivelatesi poi effimere. Se vediamo il problema e il relativo tentativo di risolverlo come un insieme che si rimbalzano l’un con l’altro, capiamo, sentiamo, che non c’è soluzione in quella meccanica. Ci troviamo di fronte ad una problematica che si tiene man nella mano con lo sforzo di risolverla. Se comprendiamo che sforzarsi non sempre è corretto o utile, dobbiamo prendere in considerazione qualche altra alternativa.

Si stava parlando dell’attesa e della pazienza. Questo può far venire in mente qualcosa di apparentemente negativo che è l’immobilismo. Tuttavia, per un momento, prendiamo in considerazione l’idea di fermare tutto.

Se fermiamo i processi mentali così come possiamo essere in grado di rilassarci fisicamente, se rilassiamo le emozioni, se fermiamo tutto per un attimo, comunque, non è che moriamo. Quando tutto è fermo, sopratutto la mente speculativa è immobile, quello che rimane, che è tuttora vivo in noi, è quello che siamo ed è qualcosa che non possiamo fermare. Se da quello stato guardiamo fuori, apriamo gli occhi, ciò che vediamo è ciò che è, privo di proiezioni.

Tornare a se stessi richiede la disciplina della pazienza, del non agire e basta un attimo. Mantenere questo stato si rivela essere la soluzione a tutti i problemi. In questo tipo di disciplina – dove noi diventiamo discepoli di noi stessi – è possibile apprendere cose che prima, mossi da tutt’altro, non potevamo neanche concepire. La sensazione principale è quella di cominciare veramente a vivere per la prima volta. E, per la prima volta, abbiamo la sensazione di muoverci finalmente sulla via giusta. Per alcuni questa sembra una meta ma in realtà è un percorso fatto di sfide nuove, di scoperte fresche e di conferme che sono invece molto antiche.

È possibile unire una certa sicurezza interiore all’umiltà? Per rispondere a questa domanda ce ne possiamo porre un’altra, di natura maieutica: esiste una sicurezza di sé priva di arroganza e presunzione?

Abbiamo – almeno molti di noi – l’abitudine a rimandare, a posticipare l’abbandono di un mondo finto al quale però siamo abituati per non dover affrontare una dimensione ignota, con tutte le paure che questo comporta. Se un primo passo lo vogliamo veramente compiere, chiediamoci che cosa mettiamo in gioco, che cosa siamo disposti a rischiare. E parlo di rischiare di perdere o di incontrare, conoscere.

Abbiamo edificato la nostra casa interiore su fondamenta fragili costruite sulla sabbia cedevole, eppure rimaniamo aggrappati a questi edifici barcollanti che sono destinati comunque a cadere.

Siamo sottoposti – per così dire – ad un’attività di potatura, all’inizio superficiale, marginale, poi man mano sempre più radicale. Di nuovo una domanda sorge: è possibile unire pazienza e determinazione, lasciar accadere e presenza? C’è chi chiama questo attesa attiva. Spesso la determinazione viene confusa con l’irrigidimento e, tuttavia, non sono la stessa cosa. La prima non deve scadere nel secondo.

Le parole hanno una loro forza. Evocano sensazioni e, se prese per il giusto verso, possono aprire nuove strade. Rimane il fatto che la nostra essenza è alquanto silenziosa e quel silenzio ha una qualità viva.

 

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