Abbiamo bisogno di maggiore equilibrio

Ci sono momenti in cui ci sentiamo confusi, un po’ persi in pensieri e ragionamenti che già altre volte abbiamo subito, nei quali abbiamo indugiato cercando una soluzione che non arrivava. Quelle esperienze hanno un sapore frenetico, una qualità tormentata. Cerchiamo di venirne a capo e sopravviviamo tirandoci fuori.

Non è sempre semplice evitare o, in caso di cadute, rialzarsi, comunque accade.

Una componente tipica della frenesia è il panico e la fretta di agire. Un’altra componente è il coinvolgimento, l’identificazione.

Ci sono aspetti inquietanti, emozioni forti, pensieri ossessivi. Ci sentiamo inadeguati, impreparati, inconsapevoli, incapaci, disperati, infinitamente tristi.

L’aspettativa di ritrovarsi di nuovo in futuro nelle stesse condizioni va da se che si rinforza ad ogni fallimento. Questo si applica anche a tutte quelle relazioni che hanno la stessa qualità e che si riproducono nella nostra vita. Relazioni che si deteriorano più o meno nello stesso modo, senza che riusciamo consciamente a capirne il perché.

La ricerca dei motivi, delle ragioni per cui queste esperienze si duplicano e ci inseguono ci porta a spostare l’attenzione dagli elementi esterni – altre persone coinvolte, situazioni, accadimenti – verso il nostro contributo personale.

Ciò che dentro di noi contribuisce alla ripetizione di esperienze simili ha a che fare con le nostre aspettative e le nostre paure.

Tuttavia la radice del problema può essere stata generata in un passato così lontano che potremmo non serbarne alcuna memoria cosciente. E’ anche vero, d’altro canto, che quando ci troviamo nel mezzo dell’esperienza emotivamente forse caotica, probabilmente angosciante, non siamo in grado di effettuare un’analisi della causa del problema, quello che potremmo chiamare anche ricapitolazione.

Bisogna tenere in considerazione quello che i ricercatori della verità ben sanno e cioè che ogni esperienza, per quanto dura o intrisa di sofferenza possa essere, porta con se una lezione da imparare. Sembra strano e paradossale ma, quando la lezione viene appresa, si prova una riconoscenza e perfino gratitudine verso l’esperienza in sé.

Ci sono lezioni che vanno imparate più volte, anche se quello che c’è da imparare è lo stesso. Una di queste è portare pazienza verso la propria imperfezione.

Ci sono delle premesse importanti da considerare: il desiderio di affrontare le emozioni rinunciando alla fuga e alla negazione prestando la massima attenzione; la rinuncia al coinvolgimento nel delirio esercitando il massimo distacco; il desiderio di ‘vedere’ e conoscere fino in fondo frutto di una volontà di ferro; la disponibilità ad affrontare le nostre più intime paure con un coraggio da leoni.

Bisogna ricordare che abbiamo un dentro e un fuori, esperienze ad occhi chiusi e ad occhi aperti. Guardar dentro, guardare fuori. Sentire cosa proviamo e sentire cosa gli altri provano. Questi movimenti sono di una natura molto semplice e di immediata esecuzione.

Tutti i processi di apprendimento hanno in comune l’interesse, il desiderio di conoscere e l’umiltà che viene dalla consapevolezza che non si può pretendere di spiegare il tutto con quel poco che sappiamo.

Quando, sin da piccoli, iniziammo ad andare a lezione dalla vita, tutta una serie di spiegazioni e indottrinamenti ci sono stati elargiti, infusi, e ci hanno anche irrigiditi in una visione approssimativa e riduttiva, per non dire banalizzante, di un processo affascinante e misterioso che consiste nella nostra esperienza in questo mondo fisico, mentale ed emozionale.

E’ anche vero, sempre seguendo una visione positiva di ciò che ci accadde, che se siamo venuti in questo mondo che è fatto come è fatto è perché avevamo importanti lezioni da imparare.

Un’attitudine deleteria è quella di pensarci vittima del sistema sociale, educativo e religioso. E’ comunque un passaggio che, con tutta la sua sofferenza, alcuni di noi hanno attraversato e superato.

Il superamento avviene quando accade un salto di percezione di sé. Potremmo dire che la soluzione non sempre la si trova nella comprensione del problema nel quale siamo coinvolti. Piuttosto: quando ne usciamo capiamo. Il punto focale, infatti, non è il problema ma questo salto di percezione.

Se volessimo cercare, a parole, di descrivere in cosa consiste partendo da un’esperienza personale e non da una teoria, ci troveremmo ad affrontare una difficoltà particolare. Questa difficoltà è rappresentata da un passaggio dalla sfera intellettuale, mentale, ad un’altra che non lo è.

La mente, l’intelletto, si muove su un piano limitato dall’uso delle parole. Queste, a loro volta, sono limitate dall’influenza culturale della lingua che viene appresa crescendo. Questa è la ragione per la quale spesso sentiamo di non avere parole adeguate ad esprimere le sensazioni più intime. Veniamo fraintesi.

Tuttavia, nella nostra vita di relazione abbiamo infinite esperienze di comunicazione non verbale. Il contatto fisico e l’empatia sono due buoni esempi. Anche quando siamo soli con noi stessi e, per un momento, smettiamo di pensare e ci dedichiamo al percepire una parte del corpo possiamo osservare che stiamo avendo una comunicazione non verbale. Quando mangiamo possiamo avere una relazione di tipo cinestetico e non culturale o intellettuale. Quando facciamo l’amore abbiamo un rapporto sia fisico che emotivo, addirittura trascendente alcune volte.

Questi aspetti del sé accadono nel silenzio interiore. Quando siamo veramente assorbiti nella percezione di qualcosa non abbiamo attività mentale, speculativa.

Con questo non voglio dire che le parole siano sbagliate ma ci sono parole senza valore e parole inestimabili, importanti. La mente, l’intelletto, non sono un nemico dell’anima ma vanno usati per le funzioni che gli competono. Queste funzioni servono nei processi analitici, logici, culturali, scientifici dove si rende necessaria una linearità di pensiero basata sul tempo, sullo spazio, su concatenazioni di cause e conseguenze e su numerose attività produttive non creative.

Penso che quello di cui abbiamo bisogno sia un po’ più di equilibrio.

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