A mia madre

La figura dominante nella mia famiglia era mia madre. Mio padre era morto soffrendo come un cane di un tumore ai polmoni e epatite c presa in ospedale mentre lo curavano, quando io avevo otto anni. Me lo ricordo come una persona riservata, chiusa in se stessa. Non cattivo ma severo. Gli volevo bene ma non ricordo che abbiamo mai parlato o fatto cose insieme.

Mia madre si chiamava Corinna, per tutti Cori.

La Cori era una donna estroversa, granitica e fragile a momenti. Ribelle. Cresciuta in una famiglia della media borghesia bresciana, si era sempre sentita discriminata in quanto femmina. Così faceva cose ‘da maschio’. Brava a sparare, andava a cavallo, non all’amazzone come la morale del tempo richiedeva, ma montando con i pantaloni e irritando il parroco del paese umbro nel quale viveva. Alla maggiore età come regalo volle una motocicletta. Si parla degli anni cinquanta. In paese la chiamavano la strega con la moto.

Mia madre era una donna particolare. Un carabiniere, un samurai. Era dotata di una certa propensione all’arte, disegnava bene e in modo molto aggraziato, ma era un osso molto duro da masticare. Ha tirato su tre figli irrequieti, tutti con una personalità spiccata, competitiva, diversissimi tra loro. Io ero il più piccolo, il più protetto e anche il più tartassato dagli altri due.

A diciotto mesi, o giù di lì, mi sono gravemente scottato. Mi sono trovato in punto di morte. So che mia madre mi è stata molto vicina. Per fare i 25 chilometri di strada bianca che ci separavano dall’ospedale ci mise 15 minuti. Si perché quella donna speciale amava la guida sportiva.

Quando mio zio medico, suo fratello, venne giù di corsa da Brescia e disse a mia madre che non doveva farsi molte speranze e che doveva prepararsi al peggio, lei pianse ma si fece forza. Sopravvissi.

Non sapevo più parlare, non sapevo più camminare e non riconoscevo nessuno eccetto lei. Ero un bambino traumatizzato e mi sono pisciato a letto regolarmente fino a dodici anni.

La Cori, nei miei confronti, era molto protettiva e i miei fratelli presero ad odiarmi. Un odio da bambini, non profondo.

Io me ne approfittavo e ogni volta che credevo di subire una sopraffazione da parte loro, chiamavo il carabiniere di casa in soccorso. Mia madre era ossessionata dal bisogno di controllare, di apparire forte e, a suo modo, incredibilmente teatrale.

Io e i miei fratelli siamo cresciuti con un senso di separazione tra di noi. Ci sono stati risentimenti, astio, ostilità. Nessuno di noi è stato succube di nostra madre: l’abbiamo sempre aggredita, rimproverata, insultata e… in fondo anche amata.

Abbiamo cercato di costruirci una personalità indipendente, diversa, reattiva in molti casi.

La Cori aveva un brutto rapporto con il proprio corpo: se aveva un dolore alla gamba, per esempio, diceva “maledetta gamba”. Se ce l’aveva con qualcuno la sua frase preferita era “che Dio ti strafulmini”. Un fulmine normale non bastava.

Nella mia famiglia si discuteva e litigava molto e a lungo. Una problematica la potevamo tenere in piedi per quarant’anni, sempre trovando nuove argomentazioni. L’obiettivo era sconfiggere l’interlocutore. Quando mettevamo mia madre alle corde si rifugiava nel pianto vittimista e diceva “basta con tutte queste cattiverie. Io devo pensare alla mia eternità”. A mia madre piaceva il paranormale e la vita extraterrestre, gli alieni.

Il suo concetto di eternità era che uno ci entrava quando moriva. Non aveva assolutamente paura della morte ed in questo è stata coerente fino alla fine. Il giorno prima di morire mi disse di chiamare il prete (era religiosa, ma a modo suo si capisce). Sto vecchio pretino venne e, siccome la conosceva bene, le disse “ora Cori preghiamo insieme” al che, piccata, lei rispose “no. Io dico le mie preghiere e lei dica le sue”. Insomma, mia madre stava morendo e io ridevo sulla porta. Poi il prete fa “Cori ora sarà opportuno confessare i tuoi peccati”, e lei “no. Posso aver sbagliato, ma l’ho fatto sempre in buona fede, quindi non ho niente da confessare”. Mia madre era un tipo speciale.

Durante la notte ha avuto una crisi respiratoria. Alle otto di mattina se n’è andata e io e mio fratello in due momenti distinti l’abbiamo lavata e vestita.

Se n’è andata come è vissuta, forte e coraggiosa. Molto teatrale.

Io e i miei fratelli abbiamo a lungo aspettato la sua dipartita per riappacificarci e riunirci nella solidarietà che viene dal dolore condiviso, non della sua morte, ma della vita che abbiamo vissuto. Mia madre ci metteva spesso l’uno contro l’altro per una sua mania di protagonismo e di rigida onestà intellettuale.

Nostra madre ha senz’altro commesso degli errori, ha senz’altro molto sofferto nella sua vita, ma noi l’abbiamo presa come una scusa per non amarci. Ci siamo dati appuntamento al suo funerale.

Mia madre aveva una richiesta: il giorno del mio funerale voglio che andiate tutti a pranzo, pago io, e brindiate alla Cori. Così abbiamo fatto. E’ stato l’unico funerale in cui mi sono divertito. Siamo andati in un bel ristorante, abbiamo mangiato, bevuto, raccontato barzellette e brindato alla Cori e, l’ho sentito, lei c’era ed era felice. Il momento del brindisi è stato spettacolare. Quando ognuno a detto “alla Cori!” dentro c’era tutto, tutto quello che ognuno aveva vissuto con lei nel bene e nel male.

Mia madre è stata un pilastro, uno scoglio, una tempesta e un’ancora per tutta la sua vita con noi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

4 commenti su “A mia madre”

WP Facebook Auto Publish Powered By : XYZScripts.com